Bono, il sottosegretario che le canta agli enti lirici «Fanno troppi sprechi»

«La Melandri? Per lasciare traccia seminò di targhe il Vittoriano»

Parrebbe dalle gazzette che il sottosegretario An ai Beni Culturali, Nicola Bono, abbia il dono dell’ubiquità. A pagina 5 presiede una kermesse gastronomica nel Metaponto, a pagina 19 apre un concerto per pifferi e cembali sull’Appennino ligure, a pagina 33 premia i contorsionisti di un circo attendato sul delta del Po.
«Lei è un sottosegretario polifunzionale. Volteggia tra musica, cinema e circensi», gli dico ammirato entrando nel suo ufficio di via del Collegio romano con volte a botte e l’aria di una scuderia abilmente riadattata.
«Sono anche l’arredatore di questa sala», dice il cinquantatreenne Bono in elegante abito nero e una perfetta scriminatura da divo del muto. «Il pannello di legno dietro lo scrittoio dà profondità, il nobile quadro borbonico conferisce solennità alla stanza...».
«...le sue scarpe lucide a punta si addicono al taglio di nastri e all’inaugurazione di mostre. Lei dà lustro al suo ruolo in ogni dettaglio», mi complimento, mentre adocchio il distintivo sul bavero. «Cos’è?».
«Il simbolo dell’Unesco. L’Italia ha il record mondiale dei siti archeologici protetti: 40. Quando sono arrivato nel 2001, ce n’erano 31. Mancavano i piani di gestione richiesti dall’Unesco. In Italia si ignorava cosa fossero. Li ho studiati, messi a punto e ci sono stati riconosciuti altri nove siti. Così abbiamo battuto la Spagna che ci precedeva», dice con orgoglio il sottosegretario che snocciola i dati con cadenza iblea, essendo siciliano di Avola (Siracusa).
«Lei è commercialista. Che ci fa in questo tempio delle Muse?», domando.
«Ero responsabile del Turismo di An. Avevo elaborato strategie di turismo culturale, ossia un cultura che favorisse anche l’economia del territorio. Fini mi ha messo qui perché traducessi in realtà quelle teorie».
«Uno si aspetta ai Beni culturali un pozzo di scienza», faccio io.
«Ho interessi diffusi, in primis la Storia. Cosa le fa pensare che sia ignorante?», fa lui piccato.
«È un ex missino, ossia rozzo per antonomasia», lo vezzeggio.
«Rozzo sarà lei. La Destra ha grandi capacità di sottigliezza e ha sempre messo la cultura al centro. Anche perché, esclusi da tutto per 50 anni, non avevamo niente di concreto da spartirci. Inoltre, come non serve un medico alla Sanità, è inutile uno scrittore ai Beni culturali. I politici hanno sensori più affinati», dice col broncio e mi offre a malincuore dei marzapane di Modica. Ma non mi sembra il caso di accettare finché l’atmosfera non migliora.
«Come fa a occuparsi di una ventina di settori culturali?».
«Iscritto al Msi a 14 anni, a 22 consigliere comunale, la mia scuola è stata l’opposizione. Esaltante, ma scomodo. Sei costretto a studiare i problemi senza i supporti che ha chi governa. Ti fai le ossa. Deputato nel '94, ho fatto il relatore di minoranza di tutte le Finanziarie fino al 2001. Lì, maneggi lo scibile umano: dalle capesante di Chioggia ai tafani maremmani».
«I tagli di Tremonti hanno falcidiato il suo settore, lo Spettacolo».
«La mannaia ha colpito tutti, dall’Agricoltura alle Forze armate. Io e il ministro Buttiglione siamo riusciti a ridurre delle metà il nostro taglio. Ma molte attese andranno in ogni caso deluse. Va però detto che, negli Spettacoli, abbondano gli sprechi».
«Dove, come, perché?».
«C’era chi un giorno apriva una casa cinematografica, spendeva un decimo del contributo per un brutto film, intascava il resto e chiudeva il giorno dopo. Con noi, l’andazzo è cessato. Oggi valutiamo se la pellicola può avere successo, negando il contributo a film destinati a quattro gatti».
«Dopo Venezia, arriva il Festival del cinema di Roma. Buona cosa o veltronata?».
«Pubblicità elettorale di Veltroni, tipico suo. Nulla in contrario, se si finanzia da sé. Ma se vuole soldi dal ministero, lo scordi. È Venezia la nostra vetrina e non possiamo impoverirla. Comunque, il festival di Roma è finora una chiacchiera di giornale».
«Come pensa di affrontare l’ira di cineasti e melomani a secco di soldi?», chiedo.
«Non mi parli di melomani! Le Fondazioni liriche tracimano sprechi. Fanno col personale contratti integrativi del 40 per cento più alti del contratto nazionale. Ingaggiano artisti con cachet da capogiro, senza soldi in cassa. Si regolino. Soldi non ne ha più neppure il ministero».
«Come se ne esce?».
«Partiamo da una certezza: i 380 milioni del Fondo unico per lo spettacolo. Mettiamoci attorno a un tavolo, operatori e ministero, e accordiamoci per spenderli al meglio. Se saremo uniti, avremo più forza per recuperare soldi l’anno prossimo. Noi siamo aperti, loro siano ragionevoli».
«Cavour non poteva dire meglio», esclamo. Bono si compiace e mi rioffre il marzapane che stavolta accetto.
Il mondo dei colti aspetta con ansia il ritorno dell’Ulivo. Per loro, voi siete gli Unni.
«Siamo stati innovatori e le novità inquietano. Abbiamo modernizzato anche questo ministero lasciato, da sempre, alla libera penetrazione della sinistra. Ho l’olfatto fino e l’ho percepito appena entrato. Ma ho trovato gente correttissima. Sarà perché leggo le carte e poco mi sfugge, ma la macchina ha funzionato. Non ho la sensazione che anelino alla mia cacciata».
Vero che la Destra è ignorante?
«È vero che la Sinistra ha cancellato ciò che di sinistra non è. Non li abbiamo ripagati della stessa moneta, pur potendo farlo. Abbiamo invece recuperato la cultura rimossa».
Cioè?
«Ripubblicato il teatro di autori anni '40, tra cui Turi Vasile, che anticipano Ionesco di tre lustri. Celebrato il centenario di Leo Longanesi, uomo geniale che la sinistra ha voluto occultare, ecc.».
Lei ha avuto due ministri: Urbani e Buttiglione. Chi meglio?
«Buttiglione è più politico e la politica più adatta a amministrare. Ma è da troppo poco tempo qui per paragonarlo a Urbani che tanto ha fatto. Dalla gestione privata dei musei, all’appellabilità delle decisioni dei sovrintendenti».
Nei 30 anni di vita dei Beni Culturali, qual è il ministro rimasto nella leggenda, Spadolini, Ronchey o chi?
«A sinistra accreditano Veltroni. Ma non merita, non ha fatto una riforma che sia una».
Il ricordo lasciato dalla leggiadra Melandri?
«Nessuno, anche se aveva tentato di lasciare tracce disseminando il Vittoriano di targhe da lei sottoscritte. Ma le ho fatte rimuovere perché deturpavano».
Due anni fa, Sgarbi fu cacciato da Urbani. Si sente le mancanza?
«A Vittorio voglio bene, ma è inadatto a incarichi istituzionali. Confonde ciò che vuole, con ciò che si può fare. Faceva promesse impossibili. In tre settimane da sottosegretario, impegnò il nostro bilancio per il successivo mezzo secolo».
Insopportabile Sgarbi o intollerante Urbani?
«Sbagliarono entrambi. Hanno personalizzato lo scontro, anziché ricordare che erano due ruoli: sottosegretario e ministro».
Il suo leader, Gianfranco Fini, è ondivago. Prima difende Fazio, poi lo butta a mare.
«Non è ondivago. È anzi universalmente stimato proprio per la capacità di decisione motivata e intelligente. Quanto a Fazio, le posizioni in politica risentono del momento».
Prima impone la cacciata di Tremonti dall’Economia, poi ne festeggia il rientro.
«Non era un fatto personale. Fini voleva collegialità nelle decisioni economiche. Tremonti decideva per tutti. Era ministro della Cultura, la Difesa, ecc. Anche Urbani lo tollerava male. Ora è tornato a certe condizioni, e le sta onorando. Anche in questo, Fini è stato coerentissimo».
Per lui Mussolini era un genio, poi è diventato un mascalzone.
«Fini intendeva condannare le infami leggi razziali. È stato sbrigativo perché, come tutti noi, non vuole più essere impiccato al passato. Lo lascia agli storici. Da politico, se ne libera».
Fini è così pieno di sé che adesso vuole mettere il suo nome sul simbolo elettorale di An.
«Altissima strategia. In tutti sondaggi, Fini è considerato il politico più credibile anche da chi non vota An. Il nome sul simbolo è un punto in più. Gli italiani devono capire che nel 2006 si voterà più un uomo che un partito».
Le piace la sfida tra le tre punte della Cdl?
«Direi quattro punte, mettendoci anche Bossi. Mi piace molto. Io la intendo così: chi dei quattro arriva primo, è presidente del Consiglio nel 2006».
Non sarà il Cav in ogni caso?
«Con le tre punte si è messo in discussione. Io vorrei il sorpasso di Fini su Berlusconi, con l’idea che chi è più votato va a Palazzo Chigi. Ma voglio prima di tutto la vittoria del centrodestra. Quindi, nessuno deve vincere a scapito degli altri».
Che pensa del Cav?
«Senza di lui la storia d’Italia sarebbe stata diversa. Nel '94, fu il mastice dei partiti innovatori, ma spezzettati in vari rivoli. È tuttora essenziale alla Cdl perché, senza di lui, non ci sarebbe Fi».
Lei è siciliano. Chi meglio alla Regione, Cuffaro o Prestigiacomo?
«Prestigiacomo sarebbe ottima, per immagine ed esperienza».
Come andrà nel 2006?
«Vinceremo. Ma bisogna personalizzare il voto. Per battere la disaffezione degli elettori, si deve puntare sui leader».
Se vince Prodi, lei che fa?
«Mi divertirò, facendo l’opposizione all’armata Brancaleone dell’Ulivo».
Buon divertimento.
«Ma il divertimento durerà poco. Prodi imploderà per le contraddizioni. E mi toccherà tornare al governo a faticare».