Bonzagni, l’espressione del reale

Carlo Carrà lo ricordava «tra gli allievi più eleganti di Brera», abituato a servirsi da un ottimo sarto, cui regalava piccoli dipinti a guazzo. Erano i tempi effervescenti d’inizio secolo, tra miseria e speranze, in una Milano brulicante di artisti, che consumavano i pasti in povere latterie, vere fucine di idee. E lui, Aroldo Bonzagni (Cento, Ferrara, 1887-Milano, 1918), vi si era trasferito sedicenne con la famiglia, dopo aver compiuto i primi studi d’arte nella sua città. Nella capitale lombarda, a Brera, incontra Carrà, Funi, Dudreville, diventa amico di Boccioni, con cui firma nel 1910, insieme a Carrà, Russolo e Romani, il primo Manifesto dei pittori futuristi nell’edizione stampata su un volantino della rivista Poesia di Marinetti.
Nell’estate dello stesso anno se ne allontana definitivamente perché il divisionismo, tipico del primo Futurismo, non lo convinceva, e perché la sua pittura tendeva ad un maggiore realismo, con accenti espressionisti. A spiegarcene le ragioni è una bella mostra in corso, sino all’11 settembre, al Palazzo Liceo Saracco di Acqui Terme (catalogo Mazzotta), curata da Vittorio Sgarbi che, in linea con la tradizione trentennale della piccola città piemontese, ha proposto un artista al di fuori dei soliti nomi conosciuti. Un artista che, come molti altri, non ha avuto la fortuna critica meritata, anche se di lui si sono occupati storici come Longhi e Argan. Un destino avverso, tra l’altro, gli impedì di proseguire vita e opere a soli trentun anni, colpito a morte dalla epidemia di spagnola del 1918.
Sessanta opere tra dipinti, acquerelli e illustrazioni raccontano la personalità di Bonzagni che, attratto dalla modernità, segue un suo percorso, affrontando temi di attualità e costume, ritratti e paesaggi, con una vena ironica e malinconica, spesso caricaturale. All’inizio è ancora la Belle Époque a dominare, in uno stile incerto fra un realismo con qualche nota fauve come rivelano l’Autoritratto del 1905 circa, che rappresenta un giovane dandy dallo sguardo intelligente, o Una festa del Settecento, datato 1909. La Macchina in corsa del 1911-1912, una locomotiva in movimento, si adegua alle tematiche futuriste solo nel contenuto, ma non ne adotta le caratteristiche di stile.
Ma è la guerra, con i suoi traumi, a favorire la messa a punto di una parlata più matura insieme ai soggetti, che da quel momento rispecchiano l’intera società con usi, costumi, differenze sociali: ecco la folla ai giardini pubblici nel 1915, ecco i tram milanesi (Il tram di Monza) carichi di gente nel 1916, ecco il circo, e le case nel 1917, spaccati operai «che salgono», come in Boccioni, ma più tristi, carichi di solitudine, ecco l’organetto, guidato da uno stanco asinello, mentre i due mendicanti chiedono l’elemosina sul selciato urbano imbiancato dalla neve. Poesia della realtà raccontata dalle fabbriche sotto la neve, dai clochard, da quei Rifiuti della società del 1918, un dipinto straordinario, esposto con il suo bozzetto. I tre barboni giganteggiano nella spazzatura con alle spalle la città con i suoi palazzi. Peccato che in quell’anno si sia compiuto il destino di Bonzagni.
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