Boom dei film arabi. E l’amaro "Cous cous" conquisterà pure noi

Già in Italia l’opera della libanese Labaki, da distribuire quella dell’egiziano Chahine

Roma - Quando i Paesi conservavano le proprie identità, gli italiani della scia neorealista imbastivano film anche intorno alla polenta, magari, e beato chi arraffava l’unica salsiccia al centro di quel saporito cibo per poveri. Ora che gli europei devono ingoiare la loro progressiva islamizzazione, arriva nelle nostre sale Cous cous (esce l’11), amara commedia del nizzardo, d’origine maghrebina, Abdellatif Kechiche, che per due ore e mezza mescola semola, cefali e verdure, raggrumandoli in un pentolone di malinconia, chiacchiere e sughi. Tutto qui? Naturalmente no, perché quando tutto sobbolle, un’indiavolata danza del ventre finale, che nulla invidia alla taranta calabra, tra possessione e tamburello, leva il coperchio a una lentezza narrativa d’altri tempi.

Preceduto dalla consacrazione veneziana di quest’anno (pubblico e critica) e accompagnato dall’entusiasmo della platea francese, che premia questo film dal sapore anni Settanta, Cous cous si ambienta a Marsiglia, ai giorni nostri. E prende le mosse dall’umana avventura del sessantunenne Slimane (l’emaciato Habib Boufares, tunisino ingaggiato direttamente dai pescherecci), che pur senza lavoro, divorziato e con vari figli a carico, decide d’essere il bastone della gioventù messa al mondo con Souad (Bouraouia Marzouk), un donnone di mezz’età molto abile ai fornelli. «L’amore? È fatto di cose di tutti i giorni: come il cous cous!», insegna l’islamica, mentre in una cucina, quasi un interno napoletano, serve il suo capolavoro a base di semola e pesce. Intorno al tavolo, le dita bisunte (i commensali se le leccano) e le bocche ciancicanti peperoncini e zucche vengono riprese in tempo reale, per dare il sapore del cinema-verità alla scena.

Intanto, lo spettatore riceve una lezioncina di lingua araba: tra Slimane e Souad c’è echrra, ossia amicizia e abitudine. Ce la farà il pied noir, in là con gli anni, deciso a lasciare un’eredità ai suoi figli, a farsi finanziare il progetto di ristorantino a bordo d’una vecchia barca? Se l’ex-moglie collabora, cucinando, la nuova compagna dell’anziano intraprendente se ne sta per i fatti suoi, mentre sua figlia Rym (Hafsia Herzi) aiuta il patrigno, né esiterà a lanciarsi in una scatenata belly dance, per intrattenere gli ospiti sul barcone, perché il mitico cous cous non arriva mai... «Avevo un flagrante desiderio di cinema, lo stesso che ha animato il vostro neorealismo. Ma, soprattutto, volevo rendere omaggio a mio padre e al padre di mio padre, che ammiro per come hanno saputo farsi largo nella vita», spiega Kechiche, che dopo Tutta colpa di Voltaire e La schivata, film cari agli amanti del cinema etnico, ha assunto l’aria dell’intellettuale a sud del sud del mondo. Occhialini tondi da ragazzo di sinistra, che ce l’ha con i francesi colonialisti (i francesi da lui ritratti, qui sembrano o stupidi o duri di cuore), Kechiche voleva suo padre come protagonista. Ma gli è morto, prima delle riprese, sicché il produttore Claude Berri lo ha convinto a proseguire comunque. «Provo meraviglia quando vedo la gente che mangia, così dedico attenzione al pasto: per me il cous cous simboleggia ciò che unisce, nel segno della solidarietà. Non volevo girare un film all’americana, sul successo personale, ma mostrare la comunità maghrebina, oltre i pregiudizi. Con donne forti e non sottomesse». Però la giovane Hafsia, dal regista paragonata ad Anna Magnani, ieri ha parlato solo per dire che ingrassare la pancia, al fine di farla ballare, non le è importato molto, perché si trattava di ciccia transitoria.