Il boom dei «misteriosi» Cani, vera sorpresa del pop italiano

Dal giugno 2011 non si potrà più dire: «Cantano e suonano da cani». Questo perché nel tiepido mondo della musica italiana è appena entrato un nuovo marchio dall’identità nascosta - difficile si tratti di una band, più probabilmente è un singolo autore nato a Roma nel 1986 - noto da circa un anno sul web, trascinato al successo dal tam tam dei social network e oggi al debutto su cd. Dal punto di vista del marketing l’operazione è geniale fin dal titolo/slogan: il lavoro si chiama infatti Il sorprendente album d’esordio de i Cani (pubblicato dall’etichetta indipendente 42 Records), undici tracce di cui due strumentali, il singolo I pariolini di diciott’anni e un’attenzione mediatica che non si vedeva da tempo. Qualcuno ha parlato del nuovo Vasco Brondi alias Le luci della centrale elettrica, ma se il romagnolo è bello peso, il (o i) romano è graffiante, sarcastico e molto divertente, qualcun altro di una versione meno radical chic dei Baustelle, anche se qualche influenza dal cantato di Bianconi appare evidente. Una versione electro pop del cantautore anni ’90, zona vicolo del Fico, e infatti diversi hanno sottolineato assonanze con Daniele Silvestri o Max Gazzé. Nonostante l’ossessiva semplicità delle basi dia quasi l’impressione di un solo unico pezzo, ogni canzone forma il suo quadretto concluso sullo sfondo di una Roma che sembra quella di Ammaniti ma raccontata da Bret Easton Ellis ai tempi di Meno di zero e ispirata nel titolo all’Opera struggente di un formidabile genio di Dave Eggers, con i nuovi quartieri alla moda, Monti, il Pigneto e i sempiterni Parioli, sinonimo di gioventù di destra.
Hypsteria è il sogno nevrotico di una ragazza che vuole andare a vivere a New York, a lavorare da American Appareal e nelle pause, leggere David Foster Wallace al parco. Per questo non cerca legami. «Giuro non c’è posto nel mio cuore per un post in più su facebook con Daniel Johnston alle quattro del mattino». Door Selection è il monologo di uno che non riesce a entrare in discoteca e comincia a detestare tutti, «toglierei l’amicizia al 70% di quelli su facebook, ma in fondo non voglio vedere ridotto il mio impero». In Velleità si indaga sullo scontro generazionale, di quanto sono diversi dai giovani d’oggi quelli nati «nell’89 che fanno foto con la reflex digitale in bianco e nero», mettendo in ridicolo i bamboccioni creativi, i critici musicali che hanno il blog, quelli che vogliono essere famosi come Vasco Brondi, insomma sembra di sentire il Gaber di Quando è moda è moda. Il nostro sa essere intimista e malinconico, senza toccare la sfiga degli Offlaga Disco Pax. Ironizza su Le coppie che si lasciano sui social network e provano a rimanere amici, ricorda di quando venne beccato a far sesso dalla zia ne Il pranzo di Santo Stefano salvo poi ritrovarsi nella stessa situazione anni dopo, ma era la sua fidanzata a stare con un altro, non trova modo migliore per rimproverare lei in Perdona e dimentica dicendole «la camorra è terribile, Saviano è terribile, ma quello che hai fatto è ben più terribile, lo sai». Il pezzo trainante del lavoro, canticchiato da teenagers e giovanotti romani, è I pariolini di 18 anni, qualunquisti e stronzi come quelli di un tempo, «animati da un generico quanto autentico fascismo, testimoniato ad esempio dagli adesivi sui caschi. Loro sono gli ultimi veri romantici».
Enigmatica la cover dell’album, non una foto dell’autore in rete, tranne l’immagine di qualche quadrupede di pura razza bastarda, c’è già chi li ama (considerando i Cani la cosa nuova della musica italiana) e chi li odia, etichettandoli come ennesimo bluff, anche se questo atteggiamento, molto diffuso in tutti i linguaggi creativi, è tipico di chi non sopporta chiunque abbia successo popolare. E i critici? Per qualcuno c’è troppa puzza di fighetto e di hype, altri sottolineano i continui riferimenti a quella cultura pop che tutti citano ma nessuno guarda o ascolta, come il cinema di Wes Anderson. Destino dei grandi dividere tra amore e odio, per noi sono meravigliosi. Speriamo non vengano rovinati dal discografico di turno.