Il boom delle ronde leghiste: «sceriffi» di notte in 100 paesi

Dopo Treviso i volontari-vigilantes sono già in azione dal Padovano al Friuli. «Non solo camicie verdi, partecipano Comuni di altri colori»

da Milano

L’atto d’accusa è chiaro: il governo mette in ginocchio la provincia e poi minaccia provvedimenti per chi cerca rimedi da solo. E ricorre alle ronde. Parola che non piace ai colonnelli leghisti; meglio «volontari per il controllo» (sottinteso: del territorio), definizione forse più farraginosa, ma certo meno da giustiziere della notte. La crociata è partita da Treviso ma ha già fatto strada, conquistando alla causa militanti e non solo. Dopo qualche settimana, sono un centinaio i comuni tra Veneto e Friuli ad essere scesi in campo. E in tutti i sensi.
«Non sono soltanto centri amministrati dalla Lega, ma giunte che fanno capo anche ad altri partiti. Stanno sotto coperta, col vento che tira, ma i pattugliamenti li fanno eccome. Per non parlare dei sindaci rossi, c’erano anche loro, fino a un po’ di tempo fa; poi, dopo i diktat di Roma, hanno tirato i remi in barca». Testi e musica di Luca Zaia, vicepresidente della Regione Veneto e per dieci anni alla guida della provincia di Treviso, la città da cui si sono irradiate a macchia d’olio le missioni notturne delle camicie verdi e non solo. Un’iniziativa che ha preso piede contagiando il Padovano, il Vicentino, il Bellunese e sconfinando fino a Pordenone e dintorni.
Voglia di controlli, voglia di sicurezza nell’operoso Veneto che di giorno lavora, di sera sorveglia le strade e vanta un volontariato attivo e di peso: un cittadino su cinque è iscritto ad associazioni spontanee e tra esse rientra anche quest’attività da sceriffo fatto in casa. Con una precisazione, però: i vigilantes sono armati solo di telefonino, pronti ad avvertire chi ha veste legale per intervenire e bloccare i malviventi. «È un controllo senza operatività - precisa Gian Paolo Gobbo, sindaco di Treviso -. Non ci sovrapponiamo alla polizia, semplicemente collaboriamo per agevolarle il compito segnalando i sospetti». A tal punto che il Procuratore della Repubblica di Verona, Guido Papalia, recentemente ha fatto capire che se qualcuno va in giro per proprio conto, in auto o a piedi, per sorvegliare un quartiere senza minacciare nessuno con le armi, la legge non glielo può certo impedire...
E Zaia ringrazia, ma rincara la dose: «Non siamo mica ladri, qui. I ladri sono quelli che ci hanno mandato da Roma con quel bell’indulto che ha liberato fior di professionisti del furto. In provincia di Treviso ci sono state 17mila denunce in pochi mesi. Qui ripuliscono case, negozi, tutto. E per completare l’opera ora l’Unione vara una Finanziaria che taglia i fondi alle forze dell’ordine: così a un maggior numero di delinquenti a spasso, che vivono di espedienti, si contrappone un minor numero di tutori. Noi ci organizziamo per tamponare queste falle e il governo cosa risponde? “Siete fuorilegge”».
È polemica dunque con il governatore, Giancarlo Galan che, pur ammettendo le spine dell’indulto e della criminalità in crescita, non ha fatto mistero del suo disaccordo sulle ronde: «Non mi entusiasmano molto anche perché sono una risposta, non dico sbagliata, ma quasi».
Mentre insomma la Gran Bretagna rivaluta i «neighbour watcher» che sono, in un certo senso, l’equivalente dei nostrani vigilantes, il centro sinistra sembra scandalizzarsi davanti alle ronde. Che poi ronde non sono. A casa nostra si chiama Protezione civile, è un corpo gestito dalle Regioni e non sarebbe certo un male - dicono in Veneto - utilizzarlo per prevenire gli agguati dei soliti ignoti, che fino a qualche mese fa stazionavano dietro le sbarre e adesso invece sono liberi di delinquere senza che nessuno ne sentisse nostalgia.
«Per questo mobilitiamo la gente - aggiunge Gobbo - vogliamo invitarli a uscire anche di notte per “abitare” di più la città, “sottrarla” alla microdelinquenza: un deterrente contro il malaffare, insomma».
E ora da Treviso a Padova, da Vicenza a Belluno a Pordenone c’è chi presenta il conto a «Roma ladrona»: «Noi i volontari li abbiamo - racconta Zaia - il governo faccia la sua parte. Il Testo unico di Pubblica sicurezza che è legge e vige da più di mezzo secolo, dice che i prefetti possono avvalersi di forze civili per affiancare il lavoro dei tutori dell’ordine. Ebbene lo facciano: diano loro il mandato che permetta di far entrare in azione i volontari su base locale. È inutile ostinarsi a rifiutare aiuti. Come quando gli enti pubblici offrirono auto e risme di carta al Tribunale di Treviso rimasto... a piedi. E allora come oggi, gridarono al rispetto di una legge che non contribuiscono a far rispettare».
Eppure dal laborioso Nordest, qualche giorno fa, era arrivato un allarme: sui vigilantes notturni la base era poi tutt’altro che compatta. Colpa - si mormorava - dei paesi più piccoli che non avevano forze cospicue da mettere in campo e i numeri risicati costringevano i soliti aficionados a pattugliare le vie una notte sì e altre due pure... Da qui le perplessità. Presunte più che reali, visto che il fenomeno si è allargato. Infatti Zaia tuona: «Solo bugie». E Gobbo rincara: «Sono volontari, nessuno è obbligato. E le pattuglie girano solo nei week end».
stefano.giani@ilgiornale.it