Le Boop! «Con Arbore cantiamo la tradizione»

Il trio, lanciato in tv a «Speciale per me», con il cd «Bibidi bobidi boop!» rilegge i classici delle mitiche sorelle Boswell

da Milano

Tre ragazze con la pelle bianco latte, vestiti eleganti, voci da sogno che cantano la tradizione nera di New Orleans. Che star le Boswell Sisters negli anni Trenta. Connie Marhta ed Helvetia, le prime star di un varietà televisivo americano che hanno inciso con star come Bing Crosby e i fratelli Dorsey. Oggi il loro jazz vocale diventa trendy, quel trendy che parte dal culto e si allarga a cerchi concentrici verso le hit parade, grazie alle romane Boop! Sisters. Creature del soprano Francesca Biagi, sponsorizzate dalla coppia doc Renzo Arbore e Lino Patruno, che fanno capolino nel loro nuovo album intitolato Bibidi bobidi boop! con le loro vocine frou frou, rileggendo Gershwin, temi swing e classici da belle epoque (grazie anche ai camei nell’arboriano Meno siamo meglio stiamo), concerto su concerto stanno conquistando pubblico e critica. «Ho voluto fortemente questo gruppo - dice la Biagi -; sono sempre stata innamorata del jazz tradizionale, ma le armonie delle Boswell mi hanno folgorato».
Come ha scoperto le Boswell, gruppo ormai dimenticato?
«Ho sempre frequentato la Discoteca di Stato a Roma dove ci sono dischi incredibili. Per di più mia madre vive in America. Un giorno a New York ho trovato il dvd Jazzband Ball con Tommy Dorsey, Duke Ellington e le Boswell. Così ho cominciato a raccogliere tutto di loro, mettendomi in contatto con Beth Boswell Minnerley, figlia di Connie che cura l’archivio del gruppo».
Un progetto che viene da lontano.
«Raccolte tutte le partiture mi mancava il gruppo, così ho messo un annuncio sui giornali a caccia di voci femminili. Ho trovato il contralto Alessya Piermarini, la pianista Silvia Manco, il mezzosoprano Giò Giò Rapattoni, nota nell’ambiente jazz romano per aver lavorato con Pellini e Mazzoletti, infine la band e nel 2001 siamo partite».
Partite come?
«Lino Patruno è stato il primo a credere in noi. Mi ha sempre incoraggiata sulla strada del jazz tradizionale. Sembra che oggi il jazz si sia fermato agli anni Cinquanta. Nessuno ricorda la fase precedente, quella del blues, della New Orleans di Louis Armstrong e Kid Ory. Patruno ha questa memoria storica che si sente in brani del cd come I’m Gonna Sit Right Down and Write Myself a Letter».
E poi c’è il tocco di Arbore.
«Lui canta in Alleluja tutti jazzisti, versione italiana di Everybody Want’s To Be a Cat sigla degli Aristogatti. È un grande showman e comunica un’incredibile energia. Ci ha scoperto nei club di cui è un assiduo frequentatore. Ha comprato due copie del nostro primo cd e da lì è nata la collaborazione».
Insomma un grande omaggio alla tradizione.
«Alla tradizione che si proietta nell’attualità. Un tempo il jazz era popolarissimo, si ballava nei locali come oggi si balla la disco. Bisogna riportarlo tra la gente e mantenendone intatta la purezza e lo spirito».
Un’operazione nostalgia?
«La sfida è di renderla accessibile a tutti. Così accanto a brani come Chattanooga Choo Choo, Tea For Two e Heebie Jeebies interpretiamo brani come Bibidi bobidi boop! arrangiati con ironia».
Le vostre rivali Puppini’s Sisters stanno andando fortissimo.
«Non le vedo come rivali, più gruppi vocali ci sono meglio è. Mi piacerebbe incontrarle. Potremmo fare il sestetto Puppini-Boop, che sembra il titolo di un pezzo da cantare in scat».