Bordate di Riva contro i ministri e la Federcalcio Appropriazione indebita

Tu quoque, Tommaso. Prevedevamo - e mai pronostico fu più agevole - che il governo Prodi avrebbe fatto il possibile e l’impossibile per avvantaggiarsi della vittoria italiana a Berlino. La sorte ha voluto che quel successo memorabile fosse realizzato mentre a Palazzo Chigi era insediato - dopo l’appassionato di calcio Silvio Berlusconi - il praticante di ciclismo Romano Prodi che nel suo vacillante percorso ha bisogno d’ogni aiuto per rimanere in sella. E dunque si è dovuto convertire al pallone in un momento in cui nulla più del pallone procaccia popolarità.
Non fingeremo di scandalizzarci. I politici, tagliatori di nastri e baciatori di bambini, hanno sempre avuto - e più che mai l’hanno nell’era dell’immagine - la voglia matta di sfruttare ogni riverbero di gloria sportiva. I ministri del centrosinistra - cui siamo debitori di innumerevoli lezioncine moraleggianti nel loro passato di oppositori - stanno procedendo all’appropriazione del mondiale con una spregiudicatezza insieme ammirevole e deplorevole. Ci verrà risposto che da questi allori sportivi discendono incombenze cerimoniali e che di esse deve farsi carico l’esecutivo in carica. Vero. Ma lo zelo di Giovanna Melandri, ministro per i Giovani e lo sport, nell’essere anche lei dovunque si trovasse e si muovesse la squadra di Marcello Lippi, ha di molto superato il livello dei doveri istituzionali e si è avvicinato pericolosamente a quello degli sfrenati esibizionismi personali. Infatti Nicola Bono, capogruppo di Alleanza nazionale in Commissione cultura della Camera, ha ieri suggerito alla signora «una maggiore sobrietà nell’ambito dei festeggiamenti».
Ma queste mie righe cominciavano con un «Tu quoque, Tommaso» del quale alcuni addetti ai lavori avranno indovinato il senso. Per gli altri s’impone una spiegazione. Tommaso è il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa, unanimemente accreditato di grande esperienza e di non meno grande capacità tecnica. Tutto immaginavamo, ma non che questo serio esperto di finanza trovasse conveniente - come una Melandri o un Mastella - d’aggrapparsi anche lui al gremito tram della popolarità calcistica. Il professor Padoa-Schioppa è alle prese con problemi tremendi (che ricadranno poi, ahinoi!, sulle tasche di tutti). Ci saremmo aspettati che, nella sua severa ragionevolezza, si compiacesse soltanto per un tripudio che allontana l’attenzione del popolo da quisquilie come le stangate fiscali e il caro benzina. Nell’ebbrezza del momento questa robetta è dimenticata, e Padoa-Schioppa poteva soltanto rallegrarsene.
Invece ha compiuto un passo in più che mi pare - per la stima che ho di lui - un passo falso. Ha detto che la vittoria di Berlino avrà «l’effetto di migliorare l’immagine dell’Italia nel mondo, la fiducia degli italiani in consumi e investimenti». Il che è «la dimostrazione che i traguardi ambiziosi sono alla portata». Nessuno, sia chiaro, intende negare l’effetto positivo dei mondiali per il morale degli italiani. Lo ha rilevato anche il presidente Napolitano, e mi par giusto che l’abbia fatto. Ma a Padoa-Schioppa gli italiani - una volta smaltita l’euforia calcistica - non chiedono pronostici basati sul pallone, e sulle sue vicende. Chiedono previsioni e scelte tecniche che non siano campate su sentimenti fuggevoli e su ottimismi che il decorso dello scandalo Moggi e compagnia potrebbe dissolvere in un battibaleno. Berlino è stata una meraviglia, grazie azzurri. Ma è tempo di tornare alla grigia routine, nella quale devono misurarsi le qualità di Padoa-Schioppa.