Bordate sonore

«Mina canta Il cielo in una stanza e l’elenco telefonico allo stesso modo, meglio Carla Bruni. La Bruni è l’unica che ha cantato Il cielo in una stanza senza farla diventare una cosa diversa, da cantare per sé». Ecco la bomba lanciata a Un giorno da pecora - su Radio2 - da Gino Paoli contro l’icona della canzone italiana. Un attentato contro chi la considera una Santa Patrona dell’Italia musicale. Paoli gioca pesante (ma visto il contesto satirico della trasmissione di Claudio Sabelli i Fioretti e Giorgio Lauro potrebbe anche aver giocato provocatoriamente con le parole) e attacca Mina sul suo cavallo di battaglia, sul brano che svelò quale grande interprete si celasse - a soli vent’anni - dietro alla ragazzina yé yé che esaltava i fan degli urlatori. «Non so se sa quello che canta oppure no - provoca ancora Paoli - canta come se fosse uno straordinario strumento tecnico, come un flauto o una chitarra».
Bella senz’anima, sembra dire il cantautore, che però non ha le idee chiare sulla figura dell’«interprete» e dell’«esecutrice», se considera, insieme con Mina, esecutrici Aretha Franklin ed Ella Fitzgerald, artiste completamente diverse fra loro. Provate a non emozionarvi con la voce tonante della Franklin che ora si ripiega sui toni coloriti del gospel, ora su quelli sensuali del blues, ora sulla vulnerabilità della balladeuse. E che dire dei classici della Fitzgerald (che è passata dallo swing di A-Tisket A-Tasket e ha portato i suoi vocalizzi nel bebop con How High the Moon) e veniva chiamata da Lester Young «Lady Time» per la sua maestria nel reinventare qualunque canzone? Mina, lo sappiamo, è scomparsa a livello mediatico e le sue ultime canzoni non sono dei capolavori, ma da quando è «sparita», è cresciuta la sua voglia di donarsi con la voce, tanto più diventava drastica la sua lontananza dalla ribalta.
Se poi la si attacca sul passato si cade davvero male; basta guardare il filmato del dvd col concerto alla Bussola del 16 settembre 1972. Come non emozionarsi alle impennate jazz di Fly Me to the Moon o a quelle soul di You’ve Made Me So Very Happy? In una parola teatrale. Così come gli ultimi spettacoli, alla Bussoladomani nel ’78, con brani come L’importante è finire, Grande grande grande, una fantasia di Battisti e una serie di show da vera entertainer. Mina può piacere o non piacere ma non è facile dire che non susciti emozioni. Paoli non specifica cosa sia il belcanto. Parla di canzoni che scuotono, colpiscono nel profondo, e in questo tira bordate anche sull’amica di sempre Ornella Vanoni. «La Vanoni sa quello che canta e ogni tanto riesce anche a commuoverti, anche se tecnicamente è nettamente inferiore a Mina». Allora si decida caro vecchio Gino; vuole una bella voce o una voce che fa vibrare? Cosa significa «cantare un brano senza farlo diventare una cosa diversa»? Perché di voci non belle - anzi - magari fastidiose e non coltivate ma che ti riempiono il cuore con il loro tormento e le dense sfumature della voce, è piena la storia del pop e del rock. Chissà cosa avrebbe detto Paoli se Janis Joplin, che cantava come una che avesse preso un treno in corsa e temesse di perdere la presa, avesse «interpretato» Il cielo in una stanza?.