Bordon: deluso dalla politica mi dimetto dalla "Casta"

L'ex ministro spiega i motivi del suo addio al Parlamento: "Una protesta contro una situazione disastrosa. La Seconda Repubblica è peggio della prima senza le virtù dei suoi uomini migliori"

Roma - «È mia moglie», dice una voce alle mie spalle mentre, arrivato in anticipo all'appuntamento, guardavo le foto di una bella donna cosparse nello studio dell'ex senatore.

«Lo so: Rosa Ferraiolo, attrice», dico, pronto e preparato, stringendo la mano a Willer Bordon, un tipo sui due metri che l'ha fatta grossa: si è dimesso da senatore un mese fa, al compimento dei 59 anni, perché si vergognava di fare parte del Parlamento.
«Secondo matrimonio e grande amore», dice Bordon togliendosi il loden grigio col bavero verde all'uso asburgico che vige ancora a Muggia, la sua cittadina a due passi da Trieste.

«Gliel'ha presentata Giorgio Strehler, triestino e suo grande amico?», chiedo.

«Strehler e io siamo entrati insieme in Parlamento nell'87. Lui al Senato, io alla Camera, entrambi del Pci. A gomito abbiamo preparato una legge di riforma del Teatro. Un giorno sono andato a illustrarla al Sindacato Attori. Rosa faceva parte del direttivo».

«Ed è stato colpo di fulmine».

«Sono entrato. Lei era lì. Ci siamo guardati. Il mondo si fermò. Restammo fulminati. Ventiquattro ore dopo mi telefona un'amica e dice: “Rubacuori, hai colpito”. “Lo so”, risposi perché era esattamente la sensazione che avevo avuto. “Mi ha chiesto il tuo numero. Posso?”. Rosa telefonò poco dopo dicendo: “Onorevole, vorrei approfondire la sua legge”. Sorrisi tra me sapendo che era una scusa e proposi sicuro: “Vediamoci a cena”. Non ci siamo più lasciati».

«Maliardone», dico, mentre Willer si passa una mano gigantesca sui baffetti grigi e mi fa cenno con l'altra di sedere, prima di sprofondare nella poltrona anche lui accavallando le gambe da trampoliere. Lo studio senatorio è ampio e senza fronzoli. Né crocefissi, né bandiere, né il ritratto di Napolitano. Solo un paio di quadri.

«Che le è preso di dimettersi prima ancora di sapere che le Camere sarebbero state sciolte in anticipo?», chiedo.

«Un gesto di protesta profondamente sentito. La situazione è disastrosa. Non abbiamo più classe dirigente. La crisi del ceto politico è la più esemplare: totalmente autoreferenziale, non si rende conto di quello che gli succede attorno».

«Osteria. Si spieghi», mi allarmo.

«La prossima legislatura, come già questa - caso unico in Occidente - non avrà un Parlamento eletto dal popolo, ma nominato dai partiti. Con le liste bloccate, le elezioni si svolgono in queste ore nel chiuso delle segreterie. L'8 e 9 marzo, con la consegna delle liste, avremo concluso le elezioni. Il 13 aprile, il popolo si limiterà a ratificare inconsapevole decisioni prese altrove. È il motivo delle mie dimissioni».

«Caspita. È in preda a una vera crisi esistenziale», lo compiango.
«Causa scatenante è stata in settembre un'amica di mia moglie. Una professionista intelligente, non una qualunquista. Mi ha chiesto: “Avete già ripreso l'attività?”. “Non ancora”, ho risposto. “Quindi non state già prendendo i pasti a spese nostre”. Aveva letto su La casta che ogni pranzo dei parlamentari grava per una certa somma sulle casse dello Stato. Mi aprì gli occhi. Se anche una persona colta ragiona così - mi sono detto -, vuole dire che la politica è a un punto di non ritorno».

«E ha rimesso il mandato, dicendo, come ha detto: “Mi dimetto dalla casta”».

«Per continuare a fare politica dovevo uscire dal Palazzo e tornare coi piedi per terra. Insegno all'università, sto scrivendo un libro, titolo provvisorio Perché sono uscito dalla casta, riprenderò delle collaborazioni giornalistiche», dice, mentre gioca frenetico con la fede e si sistema di continuo gli occhialetti.

«Era nella casta da sei legislature, 21 anni. Si sveglia adesso?».

«Credevo di fare parte del ceto dirigente. Poi, è diventato casta. La seconda Repubblica ha tutti i difetti della prima senza le virtù dei suoi uomini migliori».

«È entrato in crisi col governo Prodi. È stato lui a farci toccare il fondo?».

«Si soffre di più quando si vede che la propria parte politica non si differenzia dall'altra. Un governo di 103 persone, è stato francamente insopportabile».

«Il suo gesto servirà a qualcosa?».

«Sentivo di doverlo fare. Fino a un anno fa ero il numero due della Margherita. Potevo restare accoccolato. Non ce l'ho fatta. Talvolta immagino...» e tace.

«Dica».

«Di indossare, metaforicamente, una cintura esplosiva, entrare in Senato, e tirare la corda. Bum».

«L'edificio è troppo bello. Trovi un'alternativa», lo incoraggio.

«Ce l'avevo: chiamare in correità miei coetanei. Lo scioglimento delle Camere mi ha purtroppo impedito il discorso delle dimissioni. Avrei detto: “Io mi dimetto. Ma dovreste fare lo stesso, tu Veltroni, tu Fini...” e giù l'elenco di quelli che occupano gli scranni da decenni», dice e mi guarda con l'aria folle e serena di chi ha finalmente trovato la sua via di salvazione.

Lei ha cambiato una legione di partiti. Dal Pci alla Margherita, facendo il ministro di D'Alema e Amato. Fino alla fondazione, in queste ore, dell'Unione democratica dei consumatori.
«Mi trovo male nei partiti. Consegnare la testa alle segreterie, a me non va. Sono i geni del mio nonno anarchico. Ma sono stato coerente. Negli anni '80 ho scritto un articolo per l'Unità sulle degenerazioni della politica che potrebbe essere ripubblicato oggi anche dal Giornale. Non credo che molti ex pci potrebbero ripubblicare i propri articoli di allora. Il buon Veltroni compreso».

Lei ha cominciato a fibrillare con la nascita del Pd.
«Ho sempre lavorato per il partito unico della sinistra. Ma sono stato contrastato da coloro che oggi dicono di avere fondato il Pd e che in passato guai a parlarne».

Chi?
«Massimo D'Alema, Franco Marini si sono abbarbicati ai partiti di origine, respingendo per anni l'ipotesi del Pd».

E Veltroni?
«È stato un “sognatore” astratto del Pd e a lungo contrario alla sua nascita effettiva. Quando, nel '99, Parisi gli chiese di sciogliere il Ds di cui era segretario, rispose: “Non si può annientare una storia”».

Ora però il Pd c'è. Ma lei lo rifiuta.
«Non è quello che volevo io. È solo la sommatoria di ex pci ed ex dc di sinistra».

Veltroni è il nuovo che avanza o un rieccolo?
«Di nuovo in Italia non c'è niente. Veltroni è entrato con me in Parlamento 21 anni fa ed era già un alto dirigente».

Ora si è alleato con Di Pietro.
«Relazioni pericolose. L'unico ad avvantaggiarsi, nel ventre molle del Pd, sarà Di Pietro».

Per le elezioni tifa Veltroni, Berlusconi o Bertinotti?
«O ci sarà una lista alternativa o non voterò».

Che pensa dell'idillio tra il Cav e Veltroni?
«Sono così soffici l'uno con l'altro che rischiamo il monopartitismo. Fanno finta di darsi botte oggi. Per poi andare a braccetto domani».

Del Cav che pensa?
«Si è democristianizzato alla grande. Il Cav rivoluzionario fa bene al Paese, quello invece che vuole l'inciucio con Veltroni fa male al Paese».

Le è venuto l'uzzolo di candidarsi sindaco di Roma.
«Ogni volta che visito una città europea, vedo cose che Roma non si sogna. E torno col magone».

Lo slogan che ha trovato è: “Dopo il papa tedesco, un sindaco asburgico”.
«Corrisponde al mio sentire. Ma il vero slogan è: “Né santo, né migratore, solo amministratore”. Bravo».

Per undici anni, lei è stato sindaco di Muggia, 14mila abitanti. Roma, però, ne ha tre milioni.
«Fare il sindaco è come fare il ministro, cosa che sono stato quattro anni, tra Lavori Pubblici ed Ecologia. Ho anche presieduto il G8 Ambiente per un anno. Mi considero un amministratore».

A Roma, la sinistra ha già il suo candidato: Cicciobello Rutelli. Non le sta bene?
«Figurarsi: ha celebrato il mio matrimonio e mi suggerì l'iscrizione ai radicali quando ero nel Pci negli anni '80. Proprio lui che oggi scorda di essere stato radicale».

Ho capito: siete ex amici. E ora si candida contro di lui.
«In Rutelli, come in Veltroni, non mi va il metodo. Entrambi si rifugiano in Campidoglio quando gli mancano ruoli nazionali. Poi, lasciano a metà l'incarico se si profila un posto a Palazzo Chigi. È una presa in giro degli elettori».

Cosa non va a Roma?
«Non capisco perché il traffico sia la follia che è, perché le strade siano dissestate, la nettezza urbana si raccolga alle ore più strampalate, perché le piste ciclabili siano sfasciate, le periferie degradate, ecc.».

Come va la campagna elettorale?
«Le elezioni anticipate hanno interrotto il mio programma. Pensavo di vivere un anno in camper in giro per Roma. Fermandomi tre settimane in ogni circoscrizione per conoscerne davvero i problemi. Non come Rutelli che sale “in incognito” su un autobus o visita “a sorpresa” un quartiere e subito le agenzie di stampa ne fanno un dettagliato resoconto».

Com'è stata accolta la sua candidatura dai romani?
«Ho aperto un blog. In poche ore, ho ricevuto centinaia di lettere. Ho aperto una sottoscrizione e in 48 ore ho raccolto diecimila euro. Ne aspetto centomila entro il 28 febbraio, se no mi ritiro».

Sai che guaio.
«Roma perderà l'occasione di una ferma guida asburgica, signor saccente».