Borges e la moltiplicazione dei Follini

Sul caso Follini qualcuno, dopo aver osservato che motivo della sua decisione di passare il fosso tradendo il mandato ricevuto dagli elettori resta un enigma, ha aggiunto che se da un lato occorre escludere qualsiasi bassa motivazione, dall’altro non si vede quella alta. Errore, grave errore. Anche se non si vede la motivazione c’è. Ma si vedrebbe e risulterebbe chiarissima se si ammettesse che egli, probabilmente senza saperlo, è in segreto un finissimo pensatore gnostico.
L’ipotesi è tutt’altro che capziosa. Risulta anzi ampiamente giustificata dai suoi raffinati gusti letterari. Sui quali più di una volta ha lui stesso avvertito il bisogno di gettare un fascio di elegantissima luce. Accade infatti spesso che egli, chiacchierando coi suoi amici di cose di varia cultura e umanità, poiché fra loro abbondano gli ammiratori di Gabriel Garcia Marquez, e in particolare della sua leggendaria opera prima, avverta il bisogno di rivelare che ai libri, spesso voluminosi, dell’autore di «Cento anni di solitudine», preferisce di gran lunga le prose abbaglianti, ancorché succinte, di Jorge Luís Borges.
Dallo sguardo colmo di malizia con cui egli, mentre pronuncia questa dichiarazione, suole talvolta trafiggere il suo uditorio, nonché dall’espressione di sorridente fierezza che sempre accompagna le sue esternazioni culturali, alcuni ovviamente deducono che egli giudica Marquez un po’ pacchiano. Altri si limitano a osservare che tutto lascia supporre che egli annetta ai propri gusti, in rebus letterariis, una straordinaria peregrinità. Nessuno finora ha tuttavia osservato che proprio questi suoi gusti lasciano intravedere una profonda passione gnostica. Della quale, del resto, può anche darsi che lui stesso, come si è già insinuato, sia assolutamente inconsapevole. Ragion per cui riteniamo opportuno rivelarne la radice.
Questa radice, dunque, è appunto il suo amatissimo Borges. E in special modo le sue più memorabili sentenze. Di alcune delle quali, a una mente sottile come la sua, non può certo essere sfuggito il peraltro notorio aroma gnostico. Non lo sente questo aroma il nostro Marco nell’idea squisitamente borgesiana di definire la teologia «un ramo della letteratura fantastica»? Non lo avverte anche in quel passo dell’Aleph che asserisce che «morire per una religione è più semplice che viverla con pienezza», così insinuando che affrontare il martirio è un atto molto più facile di una lunga e profonda adesione alla propria fede? Non lo sente, soprattutto, in quel celebre motto che in una pagina di Finzioni suona come una condanna senza appello della vita?
«Gli specchi e la copula – dice quel motto – sono abominevoli, poiché moltiplicano il numero degli esseri»... Basta dunque con le ciance: Follini confessi che il vero motivo per cui adora Borges è proprio l’orrore, di pretto stampo gnostico, che fa anche a lui l’idea di contribuire, non soltanto copulando, ma anche ammirandosi allo specchio, a incrementare, nel cosmo, la produzione dei propri simili, e in special modo quella dei Follini.
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