Borges, la fantasia si paga con una «Moneta di ferro»

SCHIETTO La definizione di democrazia come «abuso della statistica» gli costò forse il Nobel

Ecco la moneta che non si svaluta né andrà mai fuori corso. Si spende con noncuranza e torna sempre, per l’inquietante meraviglia dell’ingenuo, nella mano vuota. Si punta con sicurezza nel gioco più pericoloso e resta sul tappeto, trofeo impagabile, proprio quando la partita è persa. Si investe per azzardo a lunghissimo termine quando non c’è più tempo, e intreccia col futuro un vincolo irrevocabile quanto quello che ci lega al passato. «Ecco qui la moneta di ferro». Coniata un trentennio fa da Jorge Luis Borges che, passati da oltre un lustro i settant’anni (ne aveva 77 nel 1976, quando la mise in circolazione), elargiva senza risparmio i suoi talenti, convertita la prima volta in valuta italiana da Cesco Vian per l’edizione Rizzoli dell’81, lustrata ora e tirata a nuovo nella smagliante versione di Tommaso Scarano per Adelphi (La moneta di ferro, pagg. 106, euro 12, nelle librerie da mercoledì prossimo), brilla più che mai di luce preziosa e maliosa.
Cavandola di tasca - «Aquí está la moneda de hierro» -, facendo tintinnare il suo metallo povero in versi pieni di echi magici modulati in componimenti brevi su parole semplici, già il suo artefice la rigirava con sorpresa tra le dita: «Mi inquieta.../ che la mia mano sia qualcosa di reale» diceva in El ingenuo. Passandola di mano in mano fin nell’Anno Domini 991, la immaginava consegnata dal padre - il condottiero delle truppe di Essex sconfitte dai vichinghi nella battaglia di Maldon - al figlio poeta, cantore dell’imperitura epopea di quell’impresa. Riscoprendola ancora come un tesoro, «sebbene carica di secoli», ne riscattava il valore sulla parola, dando «inizio a una pagina bianca» che ancora una volta «impegna l’avvenire».
Ha tutta l’aria di un oggetto favoloso. Lo stesso Borges la interrogava come un amuleto, come uno specchio «fioco», «mágico», «incantato». Intento a leggere su «le due opposte facce la risposta/ al quesito ostinato» che ciascuno si pone. «Perché un uomo ha bisogno di una donna che lo ami?». O dov’è «il Dio, inafferrabile centro di quell’anello?». O che cos’è che riporta negli incubi lo spettro «grigio e austero» di un sovrano di Norvegia o di Northumbria? Che cosa riporta nei sogni il fantasma di Kafka, di Socrate, di Melville, Spinoza, Eraclito: trascinati da una sola corrente che mescola il miele delle clessidre a «l’acqua della sete», «la strada della balena» al fiume del tempo, «il diverso mare, la Scrittura» al flutto azzurro che risaliva gelato dai piedi la sera della cicuta? E, ancora, quand’è che sarà consolata L’elegia della patria o del «ricordo impossibile»? Ritrovata la madre bambina, «ignara che il suo nome sarebbe stato Borges», o l’isola «che ancora non era l’Inghilterra»? Estinto il debito di lacrime? Riscosso il credito di gioie? Placato il rimorso per «il peggiore dei peccati/ che un uomo può commettere. Non sono stato/ felice»?
Sfiorata l’età biblica, Borges confessava con il Remordimiento: «I miei/ mi avevano creato per il gioco/ azzardato e stupendo della vita.../ Li defraudai». Raggiunti e superati i settant’anni «consiglia lo Spirito» di restituire il maltolto e ripagarli. Non sarà l’oro della luna, colma di solitudine e di antico pianto - «Hay tanta soledad en ese oro» -, ma La moneta di ferro è colata dalla stessa lega in cui è fuso L’oro delle tigri. Forgiata nella materia della spada. Limata con la precisione di una chiave. Incisa con le linee di un ritratto che trasfigura il volto del colonnello Suárez - «faz de metal y de melancolía» - in quello degli avi e dei padri della patria, dei genitori, gli Inquisitori, i Conquistatori. E restituisce - «indefinito, inconfondibile» - il profilo dell’autore.
«Varrà né più né meno dei miei libri precedenti», scriveva presentandola il suo autore. Non per il testo, prevedeva però, «sarò giudicato». Bensì «per l’immagine indefinita e tuttavia sufficientemente precisa che si ha di me». È una figura universalmente riconosciuta, giammai inflazionata. Fosse inflazionabile come denaro corrente, come l’equivalente universale, sarebbe soggetta a calcoli incommensurabili alla misura del poeta di La cifra, agli interessi della maggioranza, alla «dittatura dei numeri», come ebbe a esprimersi incautamente il poeta argentino. Proprio qui, nel prologo siglato a Buenos Aires il 27 luglio 1976, ammetteva: «Mi so del tutto indegno di esprimere opinioni politiche». Tuttavia, audacemente, proseguiva: «Ma forse mi sarà concesso aggiungere che diffido della democrazia, questo curioso abuso della statistica». Giocandosi, chissà, una volta per tutte il premio Nobel al prezzo di una moneta di ferro.