Con Borges sul Ponte della Libertà

J orge Luis Borges l’aveva scovato sotto la sala da pranzo di Carlos Argentino Daneri. Esattamente; nel sottoscala di una terrosa, ammuffita cantina.
«È il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli». Dove ogni cosa è «infinite cose, perché io le vedevo distintamente da tutti i punti dell’universo. Vidi il popoloso mare, vidi l’alba e la sera, vidi un’argentea ragnatela al centro d’una nera piramide, vidi un labirinto spezzato, vidi infiniti occhi vicini che si fissavano in me, vidi grappoli, neve, vene di metallo, vapor d’acqua...».
Borges si è ritrovato nel bel mezzo de l’Aleph; e cioè un «inalienabile», irripetibile posto nel mondo in cui tutto il mondo si ripete, si rifrange, converge; da lì, potete vedere il dispiegarsi della Storia che si ricompone, dinnanzi a voi, come un fazzoletto di seta; da lì, le quattro stagioni, moltiplicate per un miliardo di miliardi, si miniaturizzano, al vostro cospetto, come una condensa dentro una clessidra, come fiato sui vetri; da lì, ogni guerra e ogni pace, ogni morte e ogni resurrezione, ogni addio e ogni ritorno, ogni eroe santificato e ogni vinto sacrificato, ogni amante soddisfatto e ogni cane abbandonato, compaiono come un’unica nota di pianoforte che batte secca ma sempre uguale; come un giorno che avete già vissuto e che potete vivere in eterno, controllandone perfettamente la scansione e gli eventi.
Volete anche voi raggiungere l’Aleph? Allora prendete la macchina o le vostre gambe e recatevi immediatamente in cima al Ponte della Libertà di Venezia.
Le nostre nonne, che trenta o quaranta anni fa, passeggiavano da quelle parti, lo chiamano ancora «il guinzaglio» messo a Venezia dal resto del mondo; come a dire che non tanto il cane sarebbe perduto se il guinzaglio d’improvviso si rompesse, ma piuttosto il padrone, che, impossibilitato a raggiungere la città per antonomasia «fondata nell’impossibile», si sentirebbe ad un tratto più solo e disperato che mai.
Se l’Aleph è da considerarsi come il punto in cui alba e tramonto coincidono; in cui, per dirla con Edipo, la vita comincia dove finisce e termina dove è iniziata, allora il Ponte è una perfetta scalinata orizzontale, sulla cantina dell’anima: comincia dove Venezia finisce, muore, dopo la conquista del pettoruto Napoleone che, di fatto, sbriciola la potenza della Serenissima come un «crostolo» di Carnevale, riducendola ad un appassito coriandolo, alla maschera triste di un Arlecchino, costretto a fare il buffone dinnanzi ai turisti.
Nessuno, raggiungendo Venezia, si accorge veramente di lui. Il Ponte Littorio, voluto ed inaugurato da Mussolini nel ’33, e poi ribattezzato in ricordo della liberazione dal nazi-fascismo, è come un preliminare che ci porta diritti alla nudità di una donna, per troppo tempo desiderata; di solito, per un eccesso di foga, lo si salta. Ed è un peccato; perché in quel preliminare c’è già l’estasi; in quel preludio, lungo quasi quattro chilometri, esiste una perfezione così saturante che nessuna parte di quella donna, nessuna calle di Venezia, può regalare.
Non appena siete saliti, rallentate e guardate e pensate e riguardate: osservate le macchine che sfrecciano sulle corsie, tanto in senso di marcia, quanto nelle direzione opposta; poi spostate gli occhi verso la corsia preferenziale, di un color arancio, quasi bronzeo; e vi accorgerete che l’automobile è cresciuta: è divenuta un autobus. Poi allungate la vista ancora oltre, e scoprirete che, sulla vostra sinistra, anche le corriere prendono centimetri, invecchiano; lungo i binari della ferrovia, infatti, sfilano lenti, timidi, quasi immalinconiti, i plumbei vagoni dei treni. E la loro malinconia si tramuta in uno strazio invincibile, in una «sfiduciata disperazione», per dirla con Giuseppe Berto, che ti getta in mare; e così, appena sotto il ponte, le forme bombate dei convogli si asciugano in quelle «spilunghe» delle navi, dei capidogli e dei gommoni che pattinano sul tappeto irregolare della laguna, unita di colore e di fatto ad un cielo privo di orizzonte. (Se ci fosse, che Aleph sarebbe?).
L’evoluzione dell’uomo, raccolta in uno sguardo, non si ferma qui: dalle gambe alle biciclette; dalle biciclette alle auto; dalle auto ai bus; dai bus ai treni; dai treni alle barche. Non c'è più spazio, quaggiù, sulla terra. Bisogna salire. Ed allora non abbiate paura se, in assenza di alberi, un’ombra cupa e balenante oscura il vostro passaggio; non fate come i gabbiani, che ritti, sulla punta delle «bricole», volano via in un volteggio sgomento: le nubi rapide che passano sopra le vostre teste sono aerei che feriscono l’aria come uno starnuto di Dio, che si è appena imbarcato al Marco Polo.
Avete praticamente visto tutto; adesso potete pure giungere fino in fondo e fermarvi. Potrei anche farvi notare, sulla vostra sinistra, un isolotto che sta per affondare, e sulla vostra destra, quasi in asse, un cubico mostro, che, come un gigantesco Mangiafuoco, svetta minaccioso: sono le torri dell’Enichem.
Potrei dimostrarvi come quei pali piantati dentro le viscere dell’acqua, siano divenuti, in un percorso così breve di secoli, i vorticosi funghi di cemento del Tronchetto e di Piazzale Roma, pullulanti di lamiere in sosta.
Oppure potrei raccontarvi la storia della bizzarra forma alare e sbeccata che disegna la vetta dei pali della luce, a protezione delle lampadine; e siete pregati di credere a chi vi dice che quelle protezioni, in origine, erano davvero gabbiani in carne, becco ali e ossa, lassù rimasti pietrificati dal gelo più feroce di un inverno veneziano di secoli fa.
Infine, come in ogni Aleph che si rispetti, c’è sempre un losco personaggio che non si chiama Borges, ma, più dannatamente, Italiano, che cerca di rovinare l’incanto. Ed è quindi doveroso ricordare che, nel bel mezzo della Libertà pontificata, sono stati affissi due vigliacchi autovelox.
Non temete; non funzionano, o, per meglio dire, funzionano male. L’Aleph si può guardare, ma non si può fotografare, a rischio di trovarsi tra le mani qualche scatto assurdo.
Per questo - si racconta - è giunta, in centrale, una fotografia che ritrae, in mezzo alla strada, un uomo in impermeabile e con oboe in mano, che corre incontro ad una donna. Dopo lunghe ed estenuanti ricerche sono stati identificati. Trattasi di due anonimi veneziani: all’anagrafe, Tony Musante e Florinda Bolkan.