UN BORGHESUCCIO PICCOLO PICCOLO

Santo cielo, Tonino! Ogni volta che la ascolto mi viene in mente l’immagine - ero dietro di lei, con tutta l’allegra ciurmaglia dei giornalisti di Mani Pulite - mentre si toglieva la toga e con un colpo di teatro abbandonava la magistratura. Che farà, ci chiedemmo tutti, l’uomo che aveva conquistato un posto nel Presepe napoletano? Starà a destra o a sinistra? Ma è vero che Berlusconi gli ha offerto il ministero degli Interni e che lui era nello studio di Previti quando fu raggiunto da una telefonata per cui disse di no, quando fino a poco prima sembrava incline? Lei è un politico che usa internet con sapienza. E lei ha visto che cosa è successo nella sua casa virtuale e negli altri siti: i dipietristi sono insorti contro di lei, coloro che hanno creduto in lei sono corsi - virtualmente - con i forconi sotto le sue finestre. La gente rivuole i soldi indietro per l’ideale avariato.
Come è stato possibile? Di fronte alle vicende del figlio e della Campania, della «magistratura vada pure avanti ma anzi un po’ indietro», mi torna in mente questo suo figlio nel palazzo di Giustizia di Milano, ancora ragazzino, arruolato in polizia con la sua brava mitraglietta dietro a papino suo, con lei che gli dava ordini come a un attendente e quel ragazzo la guardava sprizzando amore da ogni poro. Il quadro faceva tenerezza: il padre castigamatti sfasciava la Repubblica, ma si muoveva con il suo bambino di scorta. E, a proposito di mitragliette, mi torna in mente quel che mi disse la mamma della povera Emanuela Setti Carraro, moglie del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa con cui condivise l’orrenda morte: «Il generale veniva a trovarci e sa chi c’era sempre con lui, seduto in disciplinato silenzio con la mitraglietta in grembo? Proprio lui, il Tonino nazionale, chi l’avrebbe mai detto, eh?».
Le fa onore. Tante mitragliette, tante manette, tante disdette, ma alla fine che cosa si scopre? Che il preteso anti-Italiano era in realtà il più albertosordiano arci-Italiano. Lei sa, caro Tonino che siamo tutti o anti o arci italiani. Io per esempio sono anti, ma per puro patriottismo. Lei è arci e ormai tutti sospettiamo che lo sia per farsi i fatti suoi. D’altra parte, qui tutti si fanno i fatti propri e per questo sono arcitaliani. Ha letto ieri l’intervista al nostro Giornale del suo e mio collega parlamentare Nello Formisano, della sua Italia dei Valori? Poveretto: non ha fatto nulla di male, salvo che quando ha ricevuto telefonate mafiose di raccomandazione per barare in un concorso pubblico (manomettere la scelta del migliore al servizio dello Stato), mica ha chiamato i carabinieri, mica ha convocato una conferenza stampa. Macché. Ha detto: ci sentiamo domani. Poi non ricorda bene quel che successe con tante cose da fare, tante richieste cui rispondere (in Campania si fa così, tutto il mondo è paese) e oggi la sua misera difesa consiste nel sospirare di sollievo perché il raccomandato non ce l’ha fatta malgrado le spintarelle richieste all’Italia dei Valori e quindi adesso può dire che non ha fatto niente di male.
Anche suo figlio, a parte qualche abissale caduta di stile, che cosa ha fatto di terribile? Non è, del resto, che così fan tutti? Di notte non diventano forse bigi anche i gatti dell’Italia dei Valori?
Ci fu un tempo in cui pensavo che lei, con il suo conflitto di interessi fra consonanti e vocali, i suoi difettacci, le mitragliette e le sue manette, potesse dare una spallata morale e non moralistica. Aspetta e spera, la montagna alla fine partorì un topolino spelacchiato. Oggi lei appare come il campione del tengo famiglia. Sì, va bene, ha detto, non c’è figlio che tenga, la magistratura vada avanti. Bello sforzo. Ma poi alla fine il figlio tiene, altro che se tiene. Ed è quello il momento in cui dallo stomaco della memoria torna tutto su e uno si ricorda la scatola delle scarpe come contenitore di soldi, le vecchie vicende che hanno sempre pesato sulla sua immagine e il fatto che lei, facendo parte di un governo della Repubblica, sia stato l’unico ministro della storia ad aver organizzato una masaniellata di piazza contro un governo di cui era responsabile e componente. Populismo? La parola è svalutata. Siamo alla commedia all’italiana degli anni Cinquanta: più che Alberto Sordi direi che siamo a Peppino De Filippo. E lei, nel ricordo, sbiadisce dall’immagine di un Torquemada per caso a quella di un comico di «Un giorno in Pretura», col bravissimo Talarico.
È qui che lei si conferma come l’arcitaliano più inossidabile: eccessivo, intimidatorio, paternalista, possibilista, sempre incazzato nero, retorico, circondato da collaboratori costretti a ripetere la solfa della mela marcia, insomma una pena. In due parole, lei è immerso nel sistema fino al collo, altro che anti-sistema. Lei ha fatto di suo figlio un proconsole locale e poi, quando quel poveretto innamorato di paparino suo fa qualche scemenza, lei grida che non lo difenderà per difendere la sua immagine, ma poi però lo difende perché i figli sono piezz'e core e via con i luoghi comuni. Ma il re, se si può usare la logora metafora, è nudo e lei è denudato non dagli scandali, che sono scandaletti, ma dallo stile, anzi dalla mancanza di stile. Lo stile è l’uomo, fu detto da un grande scienziato, Georges-Louis Leclerc de Buffon il quale, con stile, assisté impassibile alla decapitazione di suo figlio nei giorni del dipietrismo di Robespierre. A lei nessuno chiede di decapitare suo figlio, ma di smetterla con i toni da moralista: il suo stile è sciatto, vociante, nervoso, amante dell’arringa all’italiana - «Avvocato, stringa!» - ma poi, quando vai davvero a stringere, trovi quei tratti che il fascismo aveva cooptato, e non inventato, dall’italianità fracassona, e dannosa che lei oggi rappresenta e che la rende parente dei falliti Cola di Rienzo, Girolamo Savonarola, Masaniello, nessuno dei quali fu Calvino o Lutero, le tempeste umane che raddrizzarono la schiena ad un’Europa moralmente fangosa.
Lei, Tonino, si era proposto non come un castigamatti, ma come innovatore severo: un Saint Just da strapaese, ma pur sempre un Saint Just. E con quelle caratteristiche persino i «checiazzecca» diventavano un copyright rivoluzionario. Con l’immersione profonda nel sistema, invece, e la figliocrazia proconsolare, aggiunta al così fan tutti dei raccomandati, l’apparenza della grande riforma morale si tramuta in barzelletta triste, quel genere di barzellette che per far ridere dovrebbero durare venti secondi e che i cattivi narratori sbrodolano per ore. Così oggi i «checiazzecca» danno soltanto fastidio con le sgrammaticature che si imbizzarriscono provocando il pubblico al rigetto. Tonino, i suoi la stanno rifiutando e la colpa non è di suo figlio o di Formisano, ma tutta sua.
Infine, ultimo e più grave danno, lei non fa che gridare al lupo per le sorti della democrazia definendo l’attuale governo ora hitleriano, ora paragonandolo alla criminale giunta argentina del generale Videla e dei suoi carnefici. La democrazia, caro Tonino, potrebbe davvero correre dei rischi se non si faranno riforme potenti che permettano, come in America, di avere uno di fronte all’altro un potere e un contropotere di pari forza. Questo è il preoccupante problema che abbiamo di fronte. Darsi all’antiberlusconismo da vicolo e da coltello riporta al teatrino delle marionette, a Pinocchio, all’Italia manzoniana degli untori che non esistevano mentre in compenso esisteva davvero la peste e non la colonna infame. In breve, lei si sta confermando non un aiuto o una speranza per l’Italia dei veri valori, ma un serio impaccio per la democrazia liberale. E qualsiasi cosa dica o urli diventando paonazzo con le vene del collo che le si scolpiscono nell’ira, lei non appare come un rivoluzionario moralizzatore, ma un conservatore da strapazzo del vecchio regime, un pezzo muffito del sistema, uno del partito dei figli, dei raccomandati, delle scene da basso napoletano e della piazza di paese, tutto materiale da commedia in bianco e nero all’italiana, da déjà vu, da non ne possiamo più, da silenzio per favore lassù, in piccionaia, è ora di smetterla una buona volta.