Borgio, la scuola delle mogli ride del maschio di Molière

Irene Liconte

«Non posso far di meglio che sposarla, così potrò plasmare la sua anima, ella nelle mie mani sarà come un pezzo di cera e io potrò darle la forma che più mi piace!»: è il freddo calcolo di Arnolfo sulla giovane Agnese in «La scuola delle mogli» di Molière: riuscirà il protagonista a realizzare il suo arido programma? La commedia debutta stasera alle 21.15, in prima nazionale, al festival di Borgio Verezzi, per la regia di Giuseppe Pambieri, in palcoscenico nei panni del protagonista.
Arnolfo, severo critico dei mariti della sua epoca, cornuti e rassegnati, per non incorrere lui stesso nelle temutissime corna, ha fatto crescere la piccola Agnese, in un convento, isolata dal mondo, per farne «una moglie ideale». Ora, a diciotto anni, la relega nella propria casa, in attesa delle prossime nozze. Ma l'astratta pianificazione di Arnolfo si scontra con la graduale maturazione di Agnese e con gli incerti del destino, che fanno incontrare Agnese (Micol Pambieri) e il giovane Orazio (Sebastiano Colla). A niente valgono vigilanza e divieti di Arnolfo, l'amore dei due giovani trionfa, mentre Arnolfo, innamorato respinto e zimbello di se stesso, ancora prima che degli altri, si ritira dalla scena atrocemente ferito.
La messinscena di Giuseppe Pambieri, con repliche sabato e domenica sera, si avvale di costumi d'epoca e dell'elegante ambientazione sei-settecentesca di Giorgio Ricchelli e punta sulla caratterizzazione dei personaggi: ecco che la giovane Agnese non è solo un'ingenua ragazza, facilmente sedotta da Orazio proprio a causa della sua scarsa conoscenza del mondo, ma una giovane donna che riesce, con intelligenza, a maturare ed acquisire una propria identità nonostante la segregazione che ha subito. Ma è soprattutto sulla problematica interiorità di Arnolfo, sulla «tragedia di un uomo ridicolo», che si concentra la regia, con un effetto di straniamento: mentre in platea si vive la dimensione comica della pièce a spese di Arnolfo, in scena si consuma la tragedia di un uomo fragile, ossessionato dal timore delle corna e del disonore, un uomo che non sa capire il mondo e l'amore. I meccanismi della passione, che pure strugge profondamente Arnolfo, gli rimangono incomprensibili: non riesce ad accettare che un sentimento potente quanto il suo, ma indirizzato ad un altro, arda nel cuore di Agnese, nelle battute finali arriva addirittura ad accusare il rivale di stregoneria. E promette ad Agnese infinite tenerezze, senza capire che il proprio crudele disporre di lei come di un oggetto ha irrimediabilmente alienato ogni possibilità di affetto. E Arnolfo non è un uomo anziano (Molière interpretò questo ruolo a quarantrè anni e Giuseppe Pambieri gli offre le fattezze di un uomo ancora affascinante): il rifiuto è così ancora più inaspettato e straziante. Anche Arnolfo, dunque, come Agnese, compie suo malgrado un percorso: dal matrimonio concepito come mero possesso della donna, alla gelosia per le avances di un altro, a un autentico sentimento d'amore, romantico ed esaltato. E anche nella percezione del pubblico il personaggio si evolve: se dapprima ispira antipatia, nel finale suscita pietà. Amore, gelosia: il tema della donna soggetta al marito e segregata in casa verrà affrontato un secolo dopo da Goldoni ne «I rusteghi», ma con una levità spensierata, un ricomporsi di tutti i contrasti nel «vivere civile»: Molière va oltre, si addentra negli abissi dell'animo umano, non risolve il problema di corna, amore e onore con la rassicurante soluzione del triangolo borghese, orchestrato con tatto dalla mano femminile, de «La moglie ideale» di Marco Praga. La modernità del grande drammaturgo francese sfocia in un testo modernissimo, il cui «rovescio» può forse scoprirsi nientemeno che ne «Il berretto a sonagli» di Luigi Pirandello: in scena un altro uomo innamorato, che, per amore, fa finta di non vedere le corna ma, quando vi è costretto, rivendica riparazione per il suo onore e trova una via d'uscita solo nella pazzia.