Il Boris Eltsin del deserto

Paragonare un reame beduino all’Urss e re Fahd di Arabia Saudita, scomparso ieri, al presidente russo Eltsin è meno assurdo di quanto possa sembrare. L’Urss nata dalla rivoluzione bolscevica nel 1917 e dalla susseguente guerra civile si è sviluppata sulle strutture dell’autocritica zarista attraverso l’ideologia rivoluzionaria laica della «chiesa» bolscevica. L’Arabia Saudita, nata dalla guerra tribale fra il clan dei Saud e il clan dei Rashid nel 1921 e dalla conquista della Mecca nel 1924, si è sviluppata su strutture tribali della «chiesa» wahabita, a suo modo rivoluzionaria.
Urss e Saudia si sono poi impegnate in un processo di modernizzazione che le ha completamente trasformate. Col risultato che l’esperienza bolscevica ha portato alla rovina della Russia, mentre quella teocratica saudita si è rivelata uno dei maggiori successi economici e politici moderni. È stato inoltre compito di due uomini - per anni considerati moribondi, Eltsin e Fahd - affrontare, ovviamente in maniera e in circostanze totalmente differenti, le tensioni create da queste due grandi rivoluzioni.
Il paragone con la Russia e con Eltsin permette di meglio valutare il contributo dato da re Fahd Abdul Aziz al suo Paese. Nato non si sa se nel 1921 o 1922, quinto re dell’unico Stato al mondo che porta il nome di una famiglia, Fahd salì al trono nel 1982 alla morte del «mezzo fratello», Khaled. Fin dall’inizio dovette far fronte a situazioni pericolose: le conseguenze dello choc provocato dalla rivolta alla Mecca nel 1979 e da quella etnico-religiosa degli sciiti sauditi nel 1980; il crollo del prezzo del petrolio dopo il suo quadruplicamento nel 1973; la liquefazione delle riserve monetarie accumulate negli anni grassi; il crescente indebitamento delle finanze pubbliche, in parte dovuto ai sussidi (30 miliardi di dollari) concessi all’Irak nel corso della sua guerra con l’Iran e poi a quelli (65 miliardi) per combattere l’Irak assieme agli americani nel 1991.
L’immagine pubblica di questo re non ha reso giustizia al suo operato. Grande e grosso (pesava 120 chili), bevitore e donnaiolo, la sua salute non gli permise di godere gli agi dei suoi sette palazzi costruiti nel deserto, dei suoi tre castelli in Francia e Svizzera nonché della sua villa a Londra. Affetto da diabete, sofferente di prostata, di cuore - malanni di cui era proibito parlare -, colpito da paralisi nel 1994, non abbandonò le redini del governo nemmeno quando fu obbligato a cederle temporaneamente al fratello Abdullah.
Fahd ha saputo sfruttare con abilità e cautela le due principali fonti del suo potere: ricchezze petrolifere e appartenenza al potente clan dei Sudairi, il gruppo dei sette fratelli uterini, nati cioè dalla stessa madre, la principessa Hassa Bin Ahmed al Sudair, principale sposa di Abdel Aziz Ibn Saud, fondatore del regno saudita. Di esperienza politica ne aveva accumulata molta anche prima di salire al trono. Era stato ministro dell’Educazione dal 1953 al 1960 affrontando, per primo, il problema - e le reticenze religiose - della preparazione di un’intera generazione di beduini alle idee e alla tecnologia moderna. Aveva presieduto il consiglio nazionale del petrolio, era stato per anni ministro dell’Interno durante il regno del fratellastro Faizal. Dopo l’assassinio di quest’ultimo, nel marzo 1975, fu promosso principe ereditario e primo vice primo ministro da re Khaled, altro suo «mezzo fratello», per diventare a sua volta re nel 1982.
Considerato il più filo-occidentale dei monarchi sauditi, Fahd si è abilmente destreggiato con Saddam Hussein e con Khomeini, principali avversari esterni del suo Paese. Nel conflitto israelo-arabo si era opposto al viaggio di Sadat a Gerusalemme, agli accordi di Camp David, ma nel 1981, ancora principe ereditario, aveva scandalizzato i membri della Lega Araba proponendo un piano in otto punti per risolvere la crisi palestinese. In esso, per la prima volta, veniva ventilata la possibilità di riconoscimento e di pacifica coesistenza con Israele se questi avesse evacuato i Territori occupati.
Il piano, noto col suo nome, fu respinto tanto dai leader dei Paesi arabi quanto dai palestinesi e da Israele. Ma un anno dopo venne adottato alla Conferenza di Fez dai capi di Stato arabi e servì - fino alla firma degli accordi di Oslo - come una delle possibili basi negoziali del conflitto. I più seri problemi che Fahd dovette affrontare furono di ordine interno: quello per regolare la successione al trono, quello della crescente disoccupazione di decine di migliaia di studenti formati all’estero, quello della fallita riforma burocratica e della privatizzazione dell’economia, quello della riorganizzazione dell’esercito dopo la dimostrazione di debolezza nello scontro con l’Irak e infine, più grave di tutti, il fondamentalismo islamico. Fondamentalismo che non gli perdonò mai d’aver chiesto protezione agli americani permettendo ai loro soldati di avere basi sul «sacro suolo» dell’Islam.
Fahd ha affrontato queste tensioni seguendo una politica di delicato equilibrio fra nemici e amici esterni e fra emergente classe borghese e tradizionalisti all’interno. Ha consolidato con una legge il sistema di successione al trono, che non segue più il principio di anzianità ma quello delle «migliori qualità» dei membri della famiglia reale.
Sistema che dovrà fare le sue prove in futuro, quando la scelta del candidato al trono non sarà tra i figli uterini e non uterini di Ibn Saud ma tra i suoi nipoti e gli altri principi consanguinei, che formano un gruppo di potere e di pressione forte di almeno cinquemila membri. Un’altra importante decisione presa da Fahd fu la creazione nel 1993 del consiglio consultivo. Il suo presidente e i suoi 60 membri non sono eletti ma nominati, non possono discutere il bilancio dello Stato o questioni non approvate dal sovrano. Il fatto che nessuno di loro sia però membro della famiglia reale e che per metà sia composto da persone che hanno conseguito un dottorato all’estero permette a questo consiglio di offrire una equilibrata rappresentanza di interessi militari, imprenditoriali e intellettuali.
La più forte opposizione contro Fahd è stata quella del Comitato per la difesa dei diritti legittimi. Creato nel 1993, difende, nonostante il suo nome, i più retrogradi principii dell’integralismo islamico. Il suo leader, Muhammad el Masari, professore di fisica rifugiato a Londra, accusa il governo di perseguitare oltre mille attivisti islamici e denuncia l’illegittimità dell’autoproclamazione di Fahd a protettore dei luoghi santi.
Molto si discute sulle tendenze antiamericane del suo successore Abdullah, che dovrà fare i conti con i problemi economici che alimentano la fronda interna dei tradizionalisti e delle emergenti classi borghesi. Nonostante i cupi pronostici, la capacità di adattamento della società saudita al cambiamento rimane notevole. Lo dimostra fra l’altro il fatto che il primo astronauta arabo è stato un principe saudita, e che i capi religiosi non hanno avuto difficoltà nel trovare nel Corano l’autorizzazione per permettergli di fare abluzioni e pregare mentre orbitava intorno alla Terra.