Bormida, il paese gestito in casa della stessa famiglia

Il centro, che conta 486 anime, viene amministrato da anni nell’intimità dei coniugi Falciani

(...) hanno dato ragione ai coniugi, e ora sulla poltrona di primo cittadino di Bormida siede la signora Bruna Cambise in Falciani, mentre il marito si «accontenta» di far parte del Consiglio.
È stata comunque una lotta all'ultimo voto. Perché a Bormida ci saranno sì cinquecento abitanti scarsi, ma la passione politica non manca, così ad ogni elezione si verifica sempre lo scontro tra le due liste civiche, quella moderata dei Falciani e quella di centro sinistra. Una lotta anche piuttosto aspra, roba da Don Camillo e Peppone: «C'è stato un consiglio comunale, di recente - racconta il sindaco - in cui si doveva discutere di una situazione piuttosto delicata, che andava a toccare la privacy di un cittadino. Per questo motivo ho disposto che quella parte di seduta si tenesse a porte chiuse». Non l'avesse mai fatto: fischi, urla, insulti, con i consiglieri barricati all'interno e i carabinieri «che hanno dovuto chiamare i rinforzi da Cairo Montenotte».
Al di là di certe turbolenze, la pace e la serenità sembrano regnare sui tre paesini che compongono Bormida: le frazioni di Pian Sottano e Pian Soprano e la località Chiesa, il capoluogo. Senonché, il silenzio spesso è rotto dal rombare dei motori di qualche auto da rally. «Per forza - spiega Falciani - Il fatto è che per mantenere sano il bilancio, qualcosa bisogna pur inventarsi. Abbiamo una strada comunale in salita, tutta curve? E noi la affittiamo alle squadre automobilistiche, per le prove dei mezzi. Vengono un po' da tutta Italia, in tutto riceviamo almeno quattro visite al mese». In quelle giornate o mezze giornate (la tariffa è comunque competitiva, assicurano), per accedere al paese bisogna fare un piccolo sacrificio e percorrere un paio di chilometri in più su una strada alternativa, lungo la quale ci si imbatte nell'enorme elica per lo sfruttamento dell'energia eolica. Produce 800 kilowatt-ora a pieno regime, ed è sempre stata un pallino di Falciani. «Sono contento di vederla realizzata. È un segnale di attenzione verso le energie alternative, abbastanza valido perché al progetto si unisse anche la Erg». Il secondo pallino, anche questo finito e funzionante, è il laghetto artificiale: uno specchio d'acqua grosso come un campo di calcio, attrezzato per la pesca sportiva alla trota, che a quanto pare sarebbe piuttosto rinomato tra gli appassionati liguri e piemontesi: «Una vera battaglia, quella per costruirlo: abbiamo dovuto mettere d'accordo i tredici comproprietari dell'area, poi convincere Enel a togliere un traliccio dell'alta tensione che si trovava proprio lì in mezzo, dove adesso c'è l'acqua. Infine, le liti con la Provincia». Il terzo e ultimo pallino dei coniugi Falciani (che con una certa ironia sono conosciuti in paese come «i sindaci») è ancora pura teoria, e ora tocca alla signora Bruna promuoverne la realizzazione: «La galleria che ci collegherebbe a Finale. Ci vorrebbero dieci minuti per arrivare in riviera e prendersi un caffè, mica come adesso che si deve percorrere una provinciale tutta curve. Sembra un sogno», e le si illuminano gli occhi quando ci pensa.
Sogni, certo, ma anche realtà di tutti i giorni. Tirare il carretto in un comune sperduto sui monti savonesi non è facilissimo. Soldi, soldi, soldi: ecco il problema. «Mantenere un bilancio in positivo non è facile - si lamenta il sindaco - e bisogna rinunciare a certi lussi, come dare i lavori in appalto. Noi facciamo sempre tutto per conto nostro, con due operai e la mano d'opera di chi vuole dare un aiuto, soprattutto tra i consiglieri comunali». E in effetti tutti i ruoli, qui, hanno un valore relativo: il sindaco è automaticamente ufficiale di pubblica sicurezza e gira con la paletta rossa in macchina, l'ufficio del geometra (che si divide fra tre comuni della zona) funziona anche da magazzino, così come la stanza del sindaco. Stanza nel vero senso della parola: quando l'edificio era ancora l'appartamento di una signora che lo donò al comune, quella era una camera da letto. Per terra, vicino alla scrivania, c'è un grosso raccordo idraulico: «È un pezzo d'acquedotto da sostituire», spiega la signora Bruna. Che però è confortata dalla speranza che «arrivino i finanziamenti per trasferire il municipio nella ex scuola, un edificio più grande che ormai è inutilizzato».
Già: con venti bambini e ragazzi che ancora risiedono a Bormida, non si può tenere aperta una scuola, così si va a studiare altrove: Pallare, Cairo, Finale. Il comune non può fare altro che prendere atto e provvedere al trasporto degli studenti. Che ci sarà pure lo spopolamento, ma su questi monti la parola «arrendersi» non esiste proprio.