Bormio, confessano i due ragazzi in moto

Il diciassettenne alla guida dell’enduro accusato di omicidio volontario. Fermato anche il passeggero che viaggiava con lui. I responsabili non si sono costituiti, anzi hanno cercato di mentire ai carabinieri di Sondrio che li hanno arrestati

Bormio - Due facce d'angelo. Due giovani per bene. Un ragazzino di 17 anni, che dei libri non ne voleva sapere e così si è messo a fare l'operaio - perché da queste parti o si studia, o si lavora - e un neo maggiorenne, studente modello, a quanto è dato sapere. Tra loro solo 7 mesi di differenza e adesso 120 chilometri: quelli che esistono tra il carcere di Sondrio e il Beccaria di Milano.

Sono loro i responsabili della morte del piccolo Renzo Giacomella, il bimbo di 3 anni e 10 mesi che con mamma Nicoletta Martinelli e la sorellina Mery di 6 anni, sabato sera stava rincasando lungo la pista ciclabile di Bormio, dopo una scampagnata in bicicletta. E ora sono agli arresti.

Hanno dunque il volto dell’innocenza, eppure non si sono costituiti spontaneamente dopo quell’assurda tragedia. Anzi, hanno cercato di mentire ai carabinieri di Sondrio che li hanno sentiti prima come persone informate sui fatti, poi come indagati.

Ieri pomeriggio, la svolta. Le prime ammissioni. Il pianto liberatorio. L’abbraccio con i loro genitori che si sono mostrati inflessibili davanti al loro arresto. «È giusto». Ha commentato il papà di uno dei giovani. «Se solo avessimo saputo li avremmo trascinati noi, qui, in caserma».

Il più giovane, che abita a Bormio, è ora sotto la custodia del tribunale dei minori di Milano. Il più grande, di Santa Lucia, è stato portato nel carcere di via Caimi a Sondrio. Per entrambi l’accusa è di omicidio colposo e omissione di soccorso.

Erano tutti e due in sella a un’Husqvarna 125 da cross, quella sera. Il minorenne alla guida con in testa un casco (ma nulla a che vedere con quello descritto dalla giovane madre) il maggiorenne seduto dietro, a capo scoperto. Anche per questo, e soprattutto perché su quella stradina proprio non potevano viaggiare (men che meno in due e senza protezione) avevano deciso di spegnere il fanalino anteriore. Quello dietro non c’era da tempo.

L’idea era di percorrere a fari spenti e nel minor tempo possibile la pista ciclabile dell’Alute, la piana che collega Bormio con Valdisotto. Del resto era già buio. Ormai erano le 20 e nessuno li avrebbe visti dalla vicina statale. Nemmeno le pattuglie che spesso si incrociano sulla 38.

Ma sul nastro d’asfalto, sabato sera c’era il piccolo Renzo, che da pochi mesi aveva imparato ad andare in bicicletta. Il rombo del motore ha coperto le urla della madre, mentre la piccola Mary si è gettata nell’erba, il bimbo è rimasto fermo sul ciglio e i due motociclisti, sorpresi all’improvviso da quella figura di donna che sbracciava, hanno cercato di scansarla, prendendo in pieno il piccolo Renzo. «Io ho perdonato perché so che si tratta di un ragazzo e come tale ha agito», aveva detto mamma Nicoletta quando in caserma si tenevano i primi interrogatori. «Ma adesso basta. È ora di chiudere il cerchio. Non si può continuare così».

E alle parole di questa madre sconvolta che pur nell’immenso dolore non riesce a provare odio, sono seguiti i fatti.Ed è grazie anche ad altri giovani se il cerchio si è chiuso. Rispondendo all’appello del parroco che all’indomani dell’incidente aveva lanciato ai suoi ragazzi, molti oratoriani hanno fornito informazioni preziose sui mezzi, su chi li guida e sulle loro abitudini.