Bornacin e la condanna mediatica senza reato

(...), da coordinatore metropolitano del Pdl, mollo il posto da parlamentare». Da quando si è visto il suo nome in prima pagina, insieme a quello dell’ex ministro dei Trasporti Altero Matteoli, entrambi citati, ma non indagati, per una presunta vicenda di appalti pilotati per la ristrutturazione del Forte San Martino - nella quale sono finiti nel mirino della Procura a vario titolo e con ipotesi investigative diverse, il provveditore ai lavori pubblici di Liguria e Lombardia, alcuni funzionari del provveditorato, il presidente del Municipio Medio Levante, il pidiellino Fabio Orengo, oltre a imprenditori titolari delle ditte interessate alla gara d’appalto per il restyling del Forte -, Giorgio Bornacin è tentato di mandare tutto al diavolo. Perché il limite è stato superato, il bicchiere è colmo e su certe cose non si può passare sopra come se niente fosse.
Il senatore è un fiume in piena: «Mi vergogno ad andare in giro per Genova e non ho fatto niente, niente di illegale, niente di moralmente riprovevole. E invece vengo sputtanato in prima pagina? Che deontologia giornalistica è quella che sbatte in prima pagina il mostro quando non è un mostro? Questa non è libertà di stampa, è liberta di diffamazione e di insulto». E guai a pensare che un suo eventuale passo indietro sia in qualche modo un’ammissione di colpa in questa vicenda velenosa. «Ma quale ammissione di colpa, io non ho fatto niente. Ho ricevuto anche la solidarietà di gente di Rifondazione comunista. Capisco il povero Berlusconi tutto quello che deve aver passato». E poi c’è l’altro fronte, quello della delusione politica per questo momento che pesa come un macigno. «Finché c’era Berlusconi c’era legittimità, c’era una linea da seguire, un dialogo. Ora cosa faccio: il parlamentare per difendere Monti e la Goldman Sachs?». Poi questo continuo attacco alla «casta», quando la vera «casta», dice Bornacin non sono certo i parlamentari.
D’accordo, ma torniamo all’inchiesta degli appalti, a Fabio Orengo e all’ingegner Salvatore Buonaccorso, uno dei membri del Provveditorato alle opere pubbliche della Liguria accusati di far parte della «cricca» che truccava gli appalti sotto la Lanterna. Secondo gli inquirenti, Bornacin e Matteoli si sarebbero attivati per farlo progredire nella carriera e sarebbe stato proprio Fabio Orengo il tramite tra l’ingegnere e i politici, in cambio della possibilità di partecipare ad una commissione di collaudo con un paio di decine di migliaia di euro di gettone.
«Orengo mi ha chiesto se potevo ricevere Buonaccorso - spiega Bornacin che ha già dato disposizioni al suo legale di querelare il Secolo XIX -, cosa che ho fatto appena ho avuto un momento libero. Gli ho chiesto di portarmi il suo curriculum vitae, lui me lo ha portato e gli ho domandato di farmi un appunto via mail». A quel punto il senatore del Pdl dice a Orengo e a Buonaccorso che avrebbe sentito Matteoli, il quale contatterà poi direttamente l’ingegnere. «Dopo che mi ha regalato un libro sui lavori pubblici, non ho più visto Buonaccorso. Se lo incontrassi per strada oggi, non lo riconoscerei nemmeno. Della storia del Forte San Martino non ne sapevo nulla». Ma cosa chiedeva Buonaccorso? «Aspirava ad avere un incarico superiore. Sono scelte fatte all’interno del ministero, con l’interpello. Senza nessuno concorso pubblico. Lo ripeto, in questa vicenda non c’entro niente. Non mi sento nemmeno persona informata sui fatti». E però, per Fabio Orengo, presidente del Municipio Medio Levante, tirato in ballo per un ipotetico abuso d’ufficio, ieri è arrivata la prima richiesta ufficiale di dimissioni. È stato Renzo Di Prima, segretario della sezione Lega Nord Liguria «Genova Levante» e assessore del Municipio, a metterla nero su bianco. «Pur nell’ottica del più ampio garantismo - scrive il leghista - non posso che auspicare un passo indietro da parte di Fabio Orengo, dal ruolo che riveste nel mio Municipio».
«Delle dimissioni? Ne parleremo fra di noi - continua Bornacin -. Orengo è uno che ha scoperto di essere al centro di questa vicenda l’altro giorno leggendo i giornali. Ma non ha alcuna comunicazione giudiziaria».
«Mai mi sarei immaginato di arrivare a tanto - racconta al telefono il presidente di Municipio -. Sono amareggiato, mi hanno massacrato. Ora preferisco non dire nulla. Continuo a fare il mio mestiere che ho sempre fatto, in attesa che venga dimostrata la mia totale estraneità ai fatti. Al momento non sono neanche indagato, in mano non ho nulla. Apprendo tutto dai giornali. Ora capisco cosa sia il massacro mediatico subito da altre persone».