Borrelli-D’Ambrosio, i generali di Mani pulite ancora in trincea

I diciotto anni trascorsi dall’inizio di Mani pulite non sono solo la storia della resistibile ascesa di Di Pietro, ma anche la cronaca di una guerra condotta in nome del primato della magistratura sugli altri poteri. E di questa battaglia c’è chi ha fatto la propria professione di fede, come l’ex procuratore capo di Milano Francesco Saverio Borrelli e il suo successore Gerardo D’Ambrosio, poi passato nel Pd.
Ieri il magistrato in pensione ha regalato a Repubblica l’ennesima antologia del suo pensiero concentrandosi sul caso Pennisi. «Allora come oggi - ha dichiarato - i pm sono costretti a intervenire perché la politica nella migliore delle ipotesi non fa da argine alla corruzione». I politici, nella Weltanschauung borrelliana, sono killer seriali perché «quando si rendono conto che il meccanismo della corruzione funziona, non lo ferma nessuno» in quanto «la politica viene meno ai propri compiti».
E come diciotto anni fa D’Ambrosio ha spalleggiato il suo vecchio mentore. «Con Mani pulite ci fu una reazione popolare così forte da indurre il potere politico a non farsi delle leggi per cautelarsi dai pm. Ora è diverso: ci troviamo in un momento in cui la gente è indifferente e manca l’indignazione», ha detto ad Affaritaliani.it.
Peccato che la storia si sia svolta altrimenti tranne che per la vulgata travaglio-grillin-dipietrista. Settembre 1992: Borrelli «boccia» il decreto-Martelli sulla restituzione dei beni derivanti da reati di corruzione. Marzo 1993: Borrelli e il suo pool rispediscono al mittente il decreto Conso definendo un «colpo di spugna» la ridefinizione del reato di finanziamento illecito ai partiti. Aprile 1993: «Decisione studiata allo scopo di sottrarlo a una prospettiva di condanna». Così il pool sulla mancata autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi. Dicembre 1993: «Chi sa di avere scheletri nell’armadio si tiri da parte». Borrelli detta le regole per candidarsi ammonendo a non legiferare sulla separazione delle carriere.
Ma quale supplenza! Ben prima dell’avvento di Berlusconi, la Procura di Milano agiva come potere autonomo dal Parlamento: condizionandolo. E dal 1994 in poi? Ogni tentativo di riforma, «popolo dei fax» volente o nolente, è stato mandato in malora. Decreto Biondi? No, meglio la proposta presentata dal Pool al Workshop Ambrosetti di Cernobbio anziché al Parlamento. Bicamerale D’Alema? «Non cedere ai diktat di Berlusconi», cinguettava Borrelli. E, una volta che il «nemico» tornò premier, il Procuratore tuonò: «Resistere, resistere, resistere».
Ecco, questi diciotto anni sono la storia della guerra di trincea del potere giudiziario. Tant’è vero che anche ieri Borrelli ha mandato uno dei suoi messaggi in codice: «Sono altri a doversi vergognare». Chissà a chi si riferiva?