Borrelli parte dagli arbitri

Franco Dal Cin è un nome che dice qualcosa al calcio italiano. Da giovanotto lavorò con l’Udinese (al fianco di Sanson), poi sbarcò all’Inter (con Pellegrini), quindi comprò la Reggiana, infine il Venezia liquidato da Zamparini prima di dedicarsi alle attuali consulenze. Da un paio di anni il suo nome dice qualcosa di più ai giudici di Napoli che indagano sullo scandalo Juve perché è il sassolino da cui discende la valanga. Ve lo ricordate Franco Dal Cin che, aprile del 2003, va in tv a parlare «della combriccola romana degli arbitri», denuncia Palanca e il sistema Moggi utilizzato nell’occasione in serie B a favore del Messina, società legatissima al dg bianconero? Bene, fu il primo a essere interrogato dai pm napoletani autori dell’inchiesta battezzata «fuorigioco». «In verità tornai una seconda volta senza essere visto perché i magistrati volevano capire in quale modo Moggi perseguisse il suo disegno malefico», svela Dal Cin.
Ed ecco le conseguenze di quella sua intemerata. Un po’ di ricostruzione storica è d’obbligo. «Andò così: noi giocavamo a Bari, campo neutro, col Messina. Appena c’è la designazione incrocio Cellino, Zamparini e Spinelli che mi dicono: sei morto, Palanca ti impallina. E accade davvero, rigore contro, giocatore che protesta, espulso, Venezia in nove e fine del mondo con Soviero che assalta la panchina siciliana. La giustizia sportiva mi processa e mi condanna: 4 mesi di squalifica e 30mila euro di multa. I magistrati napoletani non la pensano così e mettono sotto inchiesta Gabriele e Palanca». Nel frattempo a Franco Dal Cin succede anche dell’altro, risulta invischiato nell’illecito del Genoa di Preziosi, spedito in serie C. «Io non so nulla della valigetta, avevo già ceduto il Venezia a Gallo e Pagliara, ma vengo squalificato per 5 anni perché mi sono presentato, senza avvocato, al processo sportivo e ho raccontato la verità. Signori, nelle ultime due giornate del campionato le squadre senza obiettivi da raggiungere, perdono puntualmente. È il sistema. Si sono scandalizzati e mi hanno stangato».
Scusi, Dal Cin, e cosa c’entra tutto questo con Moggi?
«Moggi sapeva che ero stato a Napoli a parlare coi giudici. All’epoca nessuno di noi disponeva delle prove, ora ci sono grazie alla intercettazioni. Controllava tutto l’apparato, anche la Caf».
E voi dirigenti, all’epoca, cosa facevate per impedirlo?
«Ricordo una infuocata assemblea di serie B in cui, dopo le mie denunce, chiesi ad alcuni colleghi, a Ruggeri dell’Atalanta. Ma scusate: non mi avete detto voi che... Nessuno ha avuto voglia di confermare una sola di quelle dichiarazioni. Ma li capisco: Moggi e i suoi avevano in mano tutto».
E non si è rivolto a nessun altro?
«Ne parlai anche con Galliani. Lui era preoccupato che quell’intreccio potesse distruggere la credibilità del prodotto da vendere alle televisioni».
Era vera la storia della santa alleanza tra Juve e Milan?
«Io sono stato in Lega due anni come vice-presidente per la B, li ho visti da vicino, li ho anche combattuti aspramente, battagliavo con Carraro per difendere i club medio-piccoli. Juve e Milan andavano d’amore e d’accordo solo per realizzare obiettivi commerciali e ottenere quote soddisfacenti dai diritti tv. C’era sempre anche l’Inter, al loro fianco, si trattava di interessi legittimi, intendiamoci. Ma la storia che leggo del contro-potere Milan è una balla. Il Milan non c’entra».
Gazzoni Frascara sostiene che lei ha venduto la serie B alle tre grandi per un tozzo di pane...
«Ho garantito 10 miliardi di vecchie lire l’anno alle società di serie B. Era un bel paracadute, altro che. Eppoi quell’accordo non ce l’hanno imposto con la pistola, abbiamo firmato perché ci conveniva. In cambio abbiamo dato loro i nostri voti».
Ai pm di Napoli riferì solo di Palanca o parlò anche dei designatori?
«Prima di Venezia-Messina chiamai Bergamo e Pairetto. Dissi loro: guardate che mi dicono che Palanca è pronto a sgambettarmi. È impossibile, stai tranquillo, mi risposero. Li richiamai dopo la partita: avete visto?, avevo ragione, dissi. Ma no, è stato un caso, replicarono. Finita la telefonata pensai: ci sono dentro anche loro. Quest’anno quando ho visto Palanca arbitro di Juve-Parma mi sono messo davanti alla tv».
E cosa ha visto?
«Per 80 minuti è stato perfetto, partita sull’1-1, Juve in difficoltà, Parma in salute. A quel punto scatta il soccorso: rigore inventato, a favore della Juve, sbagliato da Del Piero, rigore, clamoroso, negato al Parma. L’hanno fermato per un mese».
Moggi è una sua vecchia conoscenza: se lo aspettava che tirasse le fila?
«Lo conosco da 30 anni. Ha sempre trafficato. Ai tempi di Napoli teneva Maradona lontano dai controlli antidoping, provocò la squalifica di un arbitro greco “pizzicato” dopo la finale Uefa Napoli-Stoccarda con tre accompagnatrici in albergo. Ha una storia di marciapiede alle spalle. La sua dimensione cambia quando incontra Giraudo a Torino, grande manager ma io gli dicevo sempre: Antonio hanno dimenticato di metterti il cuore quando sei nato. È lui l’architetto del sistema, non certo Moggi. Luciano, sotto sotto, è rimasto il solito capostazione».