Borriello alla Juve deve segnare anche agli ultrà

Il bomber "mercenario" trattato come Ancelotti e Stankovic. Il calcio sempre più ostaggio del tifo: vuole decidere anche il mercato

Marco Borriello si è scusato. Vanno così le cose del calcio. Un anno fa l'ex pupo di Belen Rodriguez aveva preferito la Roma alla Juventus che non gli offriva le stesse garanzie. Un anno dopo sceglie Torino e si ritrova cornuto e mazziato, non c’entra l'inquietante argentina di cui sopra. I tifosi della Juventus, i gentiluomini che urlano e insultano, non lo vogliono, lo definiscono un mercenario. E Borriello, reduce da Luis Enrique ha detto: «Ma li convincerò con i gol, ho già spiegato la verità della mia scelta. Saluto con affetto Roma, la Roma, i suoi tifosi e l'allenatore spagnolo che è bravissimo».

Bella storia quella degli ultras che vogliono decidere la campagna acquisti e cessioni, con i soldi degli altri. Non siedono nei consigli di amministrazione ma esigono di intervenire nelle strategie tecniche e finanziarie del club. A Torino, ad esempio, non volevano Ancelotti perché era un «maiale», questo è il gergo raffinato di loro uso e costume; non hanno voluto Stankovic perché aveva deriso gli scudetti bianconeri, non vogliono Borriello per i motivi prima illustrati. Però hanno accettato, nel senso buono del verbo, personaggi e interpreti societari che della Juventus non conoscono nulla e spacciano una fedeltà sconosciuta a loro stessi. Non c’è soltanto la Juventus. A Torino cassonetti dati alle fiamme per Lentini al Milan, a Roma stessa immondizia al fuoco per Signori che lascia la Lazio, a Firenze respingono chi ha avuto domicilio juventino, ricordare i casi Gentile e Miccoli, per dire, ma anche Trapattoni; a Milano idem come sopra per Tardelli e Causio e Brady ma poi Ronaldo passa da una parte all'altra e il gentiluomo Moratti in un derby viene sorpreso mentre fa il gesto dell'ombrello con il brasiliano rossonero; lo stesso Ibrahimovic combina uno scherzo che gli procura fischi e pernacchie dal popolo prima juventino, poi interista, poi catalano, poi non so più. Il nostro, anzi vostro, meraviglioso pubblico, il dodicesimo uomo in campo, secondo demagogia e populismo, si autocelebra, spesso supportato e sponsorizzato dagli stessi club sotto schiaffo e da qualche calciatore che approfitta di benefici, tutela famigliare, ristoranti e abbigliamento gratuiti, al punto paradossale e unico al mondo che un derby, quello della capitale, venne sospeso per decisione di qualche tifoso più importante di questore e prefetto.

Lo scandalo delle scommesse smaschera un mondo che viaggia parallelo ai calciatori. I tifosi si ribellano alla tessera voluta da Maroni, ma nulla fanno per isolare i delinquenti. La figura dello steward è un ricordo antico, all'interno degli stadi entrano petardi, bombe carta, striscioni di ogni tipo. Lo stadio è territorio franco, roba loro. Sembra che una partita di football non si possa disputare senza questa ciurma. Non sono mercenari ma mercanti. Ed è peggio.