Borsa, è un’altra Caporetto Spettro recessione più vicino

Bruciano, le Borse. Come tante casette di paglia devastate da un fuoco alimentato dai venti di recessione. Giovedì nero, l’ennesimo. Nuove macerie lasciate sul campo dai colpi di piccone agli indici. L’intera Europa, schiacciata da crolli che a Milano, Francoforte e Stoccolma sono stati pari al 6%, vale ora meno di 6mila miliardi di euro dopo aver pagato un tributo al dio del ribasso sotto forma di quasi 300 miliardi di capitalizzazione perduta. Un’altra fetta di ricchezza inghiottita dalla tempesta perfetta, dalla bufera finanziaria che non ha risparmiato neppure Wall Street, dove il Dow Jones si è ritirato sotto la soglia degli 11mila punti (-3,8% a un’ora dalla chiusura).
Dopo tre sedute di relativa calma, in cui i mercati non avevano mostrato il pollice verso né alla manovra d’emergenza dell’Italia, né al deludente vertice franco-tedesco, ecco dunque riavvolta la bobina dello stesso film horror-catastrofico proiettato più volte questa estate. Quello che già dai titoli di testa contiene la parola «crisi», declinata per esempio da Morgan Stanley con un giudizio senza sfumature lessicali: «Gli Stati Uniti e l’Eurozona sono pericolosamente vicini alla recessione», si leggeva ieri in un report della banca d’affari, che stima peraltro un rallentamento dell’economia globale (il Pil crescerà quest’anno del 3,9%, non più del 4,2%). Quanto è vicina la famigerata double dip? Abbastanza: sei mesi, un anno al massimo. Soprattutto se Eurolandia non riuscirà a dare risposte, «per ora inadeguate», alla crisi del debito sovrano, e se la Bce non interverrà con un taglio dei tassi. Come chiedere la luna. Ma ce n’è anche per la Federal Reserve, alla quale è richiesta «maggiore azione». Proprio ora che la Banca centrale Usa ha tirato in barca i remi della liquidità, dispensata a piene mani per sostenere la crescita. Con effetti non proprio rassicuranti: alcuni funzionari della Fed di New York si sono incontrati nelle ultime settimane con i vertici delle filiali americane delle banche europee. Lo scopo: accertare eventuali problemi di liquidità che potrebbero causare un contagio. Quasi come una conferma indiretta della situazione, la Bce ha fatto trapelare la notizia che a un istituto di credito europeo è stata assegnata una provvista di 500milioni di dollari, la più alta da maggio 2010. Così, mentre lo spread Btp-Bund ha tenuto botta limitando la risalita a 280 punti, i titoli bancari sono andati a picco: dalla francese SocGen (-12,34%), alla britannica Barclays (-11,47%) e alla tedesca Commerzbank (-10,42%), fino ai tracolli delle italiane Intesa Sanpaolo (-9,26%), Banco Popolare (-7,69%), Bpm (-7,43%), Montepaschi (-6,13%) e Unicredit (-6%). Tra sospensioni per eccesso di ribasso e un’ondata di vendite su tutto il listino, Piazza Affari ha archiviato la seduta con l’indice Ftse-Mib sotto i 15mila punti e con 20 miliardi bruciati. La capitalizzazione complessiva è scivolata a circa 300 miliardi, e dall’inizio dell’anno, il bilancio è nerissimo: la perdita sfiora ormai il 26 per cento.
Uno score da recessione, appunto. Quell’aria brutta di crisi che continua a tirare negli Usa. Gli ultimi dati macro-economici raccontano di un Paese fermo: le case continuano a restare invendute, l’industria non gira (a picco l’indice Fed di Filadelfia), la disoccupazione morde (in aumento i sussidi) e, oltretutto, l’inflazione sta salendo la china con ritmi preoccupanti (3,6% su base annua, più dell’Europa). Ha un bel dire Barack Obama che «non esiste il rischio di una nuova recessione, ma quello di una ripresa non abbastanza veloce per gestire una crisi del lavoro». I numeri sembrano dargli torto. Così come non rassicurano le parole del presidente del Consiglio europeo, Herman van Rompuy («Non c’è una recessione in vista»), soprattutto dopo la frenata dell’economia tedesca (+0,1% nel secondo trimestre).
Nonostante il crollo delle Borse, il rallentamento dell’economia negli Stati Uniti e in Europa e la pioggia di critiche, Bruxelles ha ribadito che la proposta franco-tedesca della Tobin tax sulle transazioni finanziarie va avanti: verrà presentata prima del G20 di inizio novembre e riguarderà non solo la zona euro ma tutta l’Unione, compresa quindi la Gran Bretagna.