La Borsa brucia 55 miliardi in due mesi

Tutti i mercati occidentali in forte ribasso: il peggiore è il Nasdaq. Salgono, al contrario, quelli dei Paesi emergenti

Paolo Stefanato

da Milano

Il calendario propone per domani, lunedì 17 luglio, due mini-anniversari da non lasciare inosservati: i primi cento giorni dalle elezioni del 9 aprile, che hanno segnato un avvicendamento della maggioranza, e due mesi esatti dal giuramento, e quindi dalla formale entrata in attività, del nuovo governo. Il mondo dell’economia incrocia con queste date un dato disarmante: nello stesso periodo Piazza Affari ha volatilizzato qualcosa come 55 miliardi di euro, che, detto in lire, sono più di 100mila miliardi. Cifre da manovre finanziarie sui conti pubblici. Il livello delle perdite è commisurato, ovviamente, a una capitalizzazione di Borsa che in questi anni è fortemente cresciuta: al picco, il 10 maggio scorso, ha segnato circa 585 miliardi, l’altro ieri - ultima seduta - 530. In percentuale la perdita è stata «solo» di un 9%.
Colpa di Prodi? No, certo. Ma la coincidenza certo aggrava, e non semplifica, il suo lavoro. I fenomeni sono di carattere macroeconomico, con un intreccio di eventi internazionali che hanno colpito indistintamente tutte le Borse del mondo, reduci da un 2005 molto positivo. Se, comunque, dall’inizio dell’anno gli indici appaiono relativamente in tenuta (Milano giù dello 0,73%, Francoforte più 0,26%, Parigi più 1,39%, New York Dj meno 1,65%: solo il tecnologico Nasdaq precipita del 7,62%), è dalla metà di maggio che comincia il tracollo. Da quella data, se Milano perde circa il 10%, in parallelo Parigi cede il 9,4%, Francoforte, peggio, l’11,7%, mentre oltre Atlantico il Dow Jones limita lo smottamento al 7,7% ma il Nasdaq - che, a conferma della sua sensibilità, ha avviato il trend ribassista qualche settimana prima - sprofonda del 14%.
Che cosa sia accaduto in questi ultimi due mesi, è sotto gli occhi di tutti: il petrolio è giunto alla soglia degli 80 dollari (78,11 per la precisione, record dal 1980), i tassi d’interesse hanno ricominciato la loro tendenza al rialzo, le tensioni geopolitiche stanno infiammando animi, etnie e schieramenti religiosi. Il caro-petrolio mina l’economia, i tassi alti innervosiscono le Borse, i conflitti generano insicurezze; in particolare, il Libano, che non è produttore di petrolio, è limitrofo a un’area che invece è determinante per gli approvvigionamenti di greggio. In più - fa osservare Mario Spreafico, direttore degli investimenti di Citigroup Italia - «venivamo da tre anni in cui è salito tutto: mercati azionari, mercati obbligazionari e materie prime, mentre i tassi restavano bassi. Chiaro che questa correlazione doveva prima o poi interrompersi, e in maggio si è manifestata una fisiologica presa di coscienza che il mercato aveva esagerato». Nel 2005 i profitti delle società sono stati molto elevati e i dividendi distribuiti hanno fatto concorrenza alle cedole del reddito fisso. Poi, alle prime trimestrali, molte società, a partire dagli Stati Uniti, hanno cominciato a rivedere le stime di utili per il 2006; e i capitali fanno presto a cambiare allocazione. Così, mentre sui mercati tradizionali le Borse cedevano, quelle della cosiddetta «Bric area» (Brasile, Russia, India, Cina) hanno visto crescere, in parallelo, i loro indici.