Borsa a prezzi di saldo ma le scalate sono difficili

Nonostante i valori ridotti all’osso di banche e assicurazioni gli esperti non considerano probabile il lancio di Opa ostili. Non sono ipotizzabili perché penalizzerebbero ancora di più i prezzi

Non c’è spazio per blindare le società italiane e metterle al sicuro da possibili scalate. Il rischio, con il crollo continuo di Piazza Affari, è quello che la capitalizzazione di banche come Intesa e Unicredit, o di uno dei maggiori gruppi finanziari europei come le Generali, ridotto all’osso possa invitare qualche grande investitore, magari asiatico o arabo. Ma non si possono mettere in atto misure eccezionali né blindare il capitale con nuovi patti di sindacato: il mercato, molto probabilmente, spingerebbe i titoli ancora più in basso.
Si pensi che dopo il crollo di ieri, Intesa Sanpaolo (-7,8%) vale 24,7 miliardi; Unicredit (-4,2%), ne vale 23,7; per il 100% delle Generali (-3,6%) basterebbero solo 20,5 miliardi. Si tratta di valori che vanno dalla metà fino a un terzo di quanto pesavano i tre colossi prima di questa bufera infinita. Si pensi che Mediobanca, che di Generali custodisce la quota strategica del 13,2%, dopo lo scivolone di ieri del 5%, in Borsa capitalizza meno di 5,5 miliardi: poco più del valore del solo aumento di capitale appena effettuato da Intesa Sanpaolo. In pratica (naturalmente si tratta solo di un esempio astratto), se i soci di Intesa, in primavera, avessero voluto investire altrove gli stessi soldi che hanno impiegato nella ricapitalizzazione della loro banca, avrebbero potuto comprarsi l’intera Mediobanca.
La soluzione che qualcuno ipotizza è allora quella di blindare le società private, banche e assicurazioni, attraverso qualche modifica statutaria, o un patto di sindacato tra i principali soci. Una strada percorribile?
In Unicredit, come in Intesa, l’ipotesi non trova molto gradimento. E nemmeno tra gli azionisti, con le Fondazioni in prima linea. E il motivo principale è semplice: stando così le cose, la contendibilità diventa una delle possibili motivazioni d’acquisto. O, comunque, garantisce un possibile spazio di «upside». Se si toglie la possibilità di una scalata, il prezzo delle azioni (già ridotto al lumicino) potrebbe scendere ancora.
C’è poi da considerare, come notava ieri uno dei banchieri «milanesi» di maggior peso, che anche dal lato dei possibili scalatori non si trovano ditte in grande salute. Le principali banche europee, quelle che potrebbero essere in via del tutto teorica ad acquistare Unicredit, «hanno a che fare con gli stessi problemi di riduzione di valore (o poco meno) delle banche italiane». E per di più sono alle prese con corpose operazioni di ricapitalizzazione. Rientrano in queste categorie le gettonate Santander, Bnp Paribas, Societe Generale e Deutsche Bank. Inoltre, ricorda ancora l’autorevole fonte, non è così comune trovare, nella storia finanziaria europea, una scalata ostile. L’unico caso è quello di Abn Amro, da parte del pool Rbs-Fortis-Santander nel 2007: i tre si spartirono la preda nella convinzione che la somma delle tre parti della banca olandese, prese da sole, valessero di più che la banca stessa. Un po’ come qualche analista pensa, al momento, di Unicredit, o di Intesa. I fatti hanno poi dimostrato come la realtà fosse più complessa della teoria.
Senza contare le controindicazioni politiche. Perché se è vero che uno scalatore ostile si può portare via la Parmalat, come è avvenuto con Lactalis, è ben più difficile pensare alle Generali (dove comunque esiste una consultazione permanente tra soci privati e Mediobanca) senza immaginare una reazione forte del sistema.