«La Borsa è pronta per Piazza Affari»

«Chiuderemo il bilancio con fatturato e utili con tassi di crescita a due cifre»

Marcello Zacché

da Milano

Per la Borsa si apre l’anno della Borsa. Un gioco di parole che sarà presto realtà: come conferma Massimo Capuano, amministratore delegato di Borsa Italiana al Giornale, la quotazione in Borsa della società che gestisce i mercati è una questione di mesi. Il ddl sul risparmio, diventato legge da pochi giorni, ha sbloccato una situazione che aspettava una finestra regolamentare da almeno cinque anni. Capuano non si vuole sbilanciare: «Decideranno gli azionisti», dice. Ma in realtà tutto è pronto per avviare le procedure presto, probabilmente entro la prima metà dell’anno, per una società valutata oltre un miliardo di euro. Una prospettiva che rende ancora più agevole parlare con Capuano dell’anno che si è appena concluso e delle prospettive future.
Che bilancio si può fare del 2005 di Piazza Affari?
«Un bilancio estremamente positivo. Abbiamo avuto 18 nuove ammissioni a quotazione, di cui 14 Ipo, contro le 8 del 2004 e le 4 del 2003. È un segno che si è invertita la tendenza».
Peccato per la performance: solo 14%, ultimi in Europa, contro il 19 di Parigi, il 22 di Francoforte, il 30 di Zurigo.
«Da una parte questo è accaduto perché eravamo cresciuti di più negli anni precedenti. Dall’altra a noi manca una diffusa presenza di titoli dei settori che più hanno trainato i listini, come per esempio quello energetico e petrolifero».
Quante nuove società andranno in Borsa nel 2006?
«Più del 2005. Abbiamo già una buona finestra per i primi mesi dell’anno. Le quotazioni si concentrano in due distinti periodi: quelle che si fanno con il bilancio annuale, e quelle con la semestrale. Per ora ho una visibilità sulla prima parte, ed è positiva. Credo che supereremo il numero delle operazioni del 2005. Non siamo di fronte a un esplosione, ma il trend tiene. Esplosione significa superare quota 50. A questo non ci arriveremo, ma un trend in crescita è ancora più importante, e questo c’è».
Anche perché nel trend ci siete anche voi: il ddl sul risparmio è legge e dà il via libera alla vostra quotazione.
«Noi siamo pronti. D’altra parte basta guardarsi intorno: ci sono più Borse quotate che no. In ogni caso tempi e modi dell’operazione spettano esclusivamente agli azionisti».
Che bilancio chiuderà Borsa Italiana?
«Con fatturato e utili consolidati con tassi di crescita a due cifre».
Certo, qualche rischio societario c’è: il presidente della Borsa di Tokio, Takuo Tsurushima, si è appena dimesso per un guasto al sistema informativo. Non è riuscito a cancellare un ordine errato. Potrebbe succedere anche a Milano?
«Credo che il problema giapponese sia qualcosa di più di un solo problema tecnico. Comunque il nostro sistema di trading ha sempre dato prova di grande funzionalità. È gestito da una società esterna, la Sia, e la serie storica degli anni passati è sempre positiva: loro devono stare dentro a determinati margini di errore e devo dire che quest'anno hanno ampiamente rispettato questi parametri».
Vi presenterete agli investitori in piena forma: avete superato gli scambi di Francoforte conquistando il terzo posto europeo, dietro Londra e Parigi.
«Sull’azionario abbiamo raggiunto i 3,8 miliardi di controvalore di scambi giornalieri, contro i 3 miliardi del 2004. Con i derivati, nonostante la concorrenza serrata, abbiamo toccato quota 100mila contratti. E se è anche vero che tutte le Borse hanno incrementato la loro attività nel 2005, noi siamo quella che è cresciuta di più. E la liquidità è in aumento in quattro mercati su cinque: azionario, derivati, Sedex e Etf. L’unico rimasto al palo è stato quello delle obbligazioni».
Eppure sono ancora poche le società che scelgono la Borsa.
«L’invito agli imprenditori è quello di utilizzare i mercati. L’imprenditore che si voglia finanziare può trovare oggi più che mai l’accesso ai mercati dei capitali attraverso Borsa Italiana. I dati sulla nostra crescita dimostrano che è conveniente ed è efficiente».
Non tutti sembrano convinti. Basta ricordare il boom del delisting di qualche tempo fa.
«Ci sono stati due tipi di delisting: alcuni hanno scelto di uscire per fare operazioni straordinarie, e poi rientrare. Altri sono usciti perché delusi. A questi ultimi ho detto che andare in Borsa significa essere pronti ad adeguare la propria struttura nel tempo: se qualcuno pensa che una volta quotati il proprio titolo salga sempre, per virtù divina, non va bene. Bisogna saper comunicare, informare il mercato, gli intermediari. Comunque io credo che quella fase sia chiusa. Ora la tendenza, come dicevo, si è invertita».
Per lei inizia l’ottavo anno a Palazzo Mezzanotte: è soddisfatto dell’evoluzione del mercato azionario italiano?
«È un bilancio positivo anche questo. Dal ’98 si sono quotate 180 società, e altrettante mi risulta sono pronte a farlo. Abbiamo visto cambiare l’approccio dell’imprenditore alla Borsa: all’inizio l’accoglienza nei nostri confronti era fredda. Ora sono loro che ci vengono a cercare. Oggi posso dire di avere visto tutti gli imprenditori che hanno progetti di sviluppo o passaggi generazionali in vista. Tutti hanno esaminato il progetto. È aumentata l’equity culture, ma certo ci vorrà ancora del tempo. Il punto è che ci vogliono degli acceleratori, per aumentare la convenienza dell'imprenditore ad andare in Borsa».
Si riferisce agli incentivi? I nostri sono bocciati da Bruxelles.
«Bisogna trovare il modo di proporli in modo che non vengano bocciati, vanno riconfigurati. Altri Paesi europei ce li hanno, come per esempio gli inglesi, e funzionano».
Quanto paghiamo e pagheremo, a livello Paese, gli scandali delle Opa bancarie?
«Abbiamo avuto un problema d’immagine e reputazionale più violento con il caso Parmalat di due anni fa. Si trattava di una società quotata di grandi dimensioni, con forte impatto sul mercato. Ora la situazione è un po’ diversa, un po’ più laterale rispetto al mercato, meno grave».
Qualcuno ha calcolato che la magistratura ha un tasso di intervento nelle cose societarie italiane molto più elevato rispetto agli altri mercati evoluti. È un problema reale?
«Io non so quante volte interviene la magistratura... Di certo ci sono società che non rispettano le regole del gioco. E questo è grave perché allontana l’investitore dal mercato. E non tanto quello istituzionale, abituato sia alle regole scritte, sia a quelle non scritte. Ma allontana il retail, il piccolo e medio investitore privato».
A proposito di Parmalat: è possibile che la riammissione sia stata affrettata?
«Premesso che noi valutiamo l’azienda unicamente sulla base del regolamento, nel caso Parmalat l’abbiamo esaminato e c’erano tutte le condizioni regolamentari. Il dibattito sul fatto che fosse o meno il tempo giusto è interessante. Ma il rischio era quello di rimandare la riammissione sine die. Con la quotazione si è data un’opportunità a tutti i bond holder. Ora ci sono per tutti trasparenza e prezzi ufficiali».