La Borsa sale: smentiti i dilettanti dell'economia

Nel giro di 24 ore sono stati smentiti i dilettanti della politica e dell'economia. Ma non confondiamo la manovra con i listini

Un consiglio per giovani giornalisti: mai scrivere sui giornali (quelli per cui si scrive oggi e si legge domani) pezzi di commento sulla Borsa. Perché la probabilità di essere smentiti (e quindi un po' sputtanati) durante la stessa lettura dell'articolo è altissima. Come cavarsela se il capo vi chiede lo stesso di scrivere? State sul vago, tenetevi sulle generali, giocatevi la tripla. Lunedì c'è stato il crollo epocale, martedì un rimbalzo (o un meraviglioso recupero, a seconda dei gusti), oggi, mentre leggete questo articolo, chissà che sta succedendo.

Le Borse hanno loro logiche quotidiane che sfuggono alla possibilità di facile previsione, più è breve la prospettiva più è difficile immaginarne l'andamento. Il contrario degli altri fatti della vita: se devo prevedere che tempo farà tra cinque minuti mi sento tranquillo, con la Borsa è il contrario, è meglio una prospettiva a 5 anni, con la quasi certezza che i titoli principali seguiranno l'andamento dell'economia, che una scadenza a 5 giorni. Perché i soldi che si muovono sui mercati sono tantissimi, incommensurabilmente tanti, e seguono, nel brevissimo periodo, logiche stranissime, fatte soprattutto di un gioco a rimpiattino con le previsioni. Tutto questo per dire che è terribilmente noiosa e spaventosamente sciatta l'abitudine di interpretare in chiave politica immediata i giudizi delle Borse.

Peggio: quella brutta abitudine ci fa perdere di vista il vero segnale, che, appunto, è un segnale di lungo periodo. I mercati ci stanno dicendo, in questi giorni, che c'è un problema storico con il debito pubblico un po' in tutti i paesi maggiormente ricchi. È un problema che nasce negli anni '70, ma che, come certe brutte malattie, prima è stato coltivato con atteggiamenti dissennati ma non immediatamente avvertibili, poi si è fatto avvertire con qualche primo sintomo leggero, ma trascurabile, poi è esploso in tutta la sua negatività. E come per le malattie, chi non vuole capire non capisce.

E pensa che sia stato il malocchio o chissà cos’altro a portare a quell'improvvisa crisi. Ora poi per chi non vuole capire c'è la scusa più fantasticamente efficace: il governo Berlusconi e la sua manovra economica. E ci si tuffa imperturbabili nel ridicolo pensando che qualche gestore di fondi miliardari dalla City stia a guardare se il Molise ha messo il ticket sanitario o se oppone eroica resistenza. Eppure, pensate un po', non è così. Il nostro debito pubblico, storico, è un problema comunque, con o senza il ticket a Campobasso.

Certo, è un po', ma proprio pochissimo, meglio se le aspettative di deficit vengono anche marginalmente ridotte. Ed è bene che si agisca in questa direzione. Il guaio però è che in difficoltà non c'è solo l'Italia, ma praticamente tutti. E' partita l'onda mondiale di rientro dalla politica della crescita in deficit e bisogna pagare il conto. Le Borse lo fanno a modo loro. I paesi dovrebbero provare a farlo preservando la possibilità della crescita. Ecco un bel compitino per i governi e per le opposizioni. Compitino difficile, ma usare gli indici di oggi o di ieri o di lunedì per trovare colpevoli è la scappatoia più stupida.