In Borsa si urlava, come al mercato

«Le grida», di Roberta Garruccio, raccoglie testimonianze che rischiavano di perdersi

da Milano

Fino al 1995 in Borsa si è «gridato». Letteralmente. Il frastuono assordante del salone di Palazzo Mezzanotte - oggi compassata sede di convegni - era paragonabile a quello di uno stadio, ma più disordinato, e amplificato dal luogo chiuso; o a quello di un mercato: qual era, appunto. Ma di Fiat, Edison, Comit, non di verdura e frutta. Sulla parete di fondo, il gigantesco tabellone con i titoli e i prezzi (prima scritti a mano, col gesso, poi dalle palette elettromeccaniche della Solari&C. di Udine); di qua le corbeilles (i luoghi d’incontro degli agenti dove veniva formato il prezzo), di là i banchetti dei vari studi di agenti, delle banche, delle commissionarie. Gente che correva, che si sbracciava e che cercava in ogni modo di attirare l’attenzione di qualcun altro. Una lotta agitata contro il tempo. Nessun agente o procuratore avrebbe allungato il passo oltre limiti dignitosi per raggiungere un tram o un treno in partenza. Nessuno avrebbe alzato la voce, in casa, nemmeno per riprendere i domestici: qui invece nessuna remora. Qualunque affronto allo stile qui diventava ammissibile. Perché c’era soltanto il fine: il momento giusto, il prezzo buono.
E il pavimento? Il pavimento, durante e alla fine delle contrattazioni, era l’equivalente di una discarica. Uno spesso tappeto di foglietti strappati, di appunti gettati, di carte appallottolate. Il gesto di liberarsene talvolta era liberatorio, con rabbia o con gioia. Poi tutto si quietava, quasi all’improvviso. Gli agenti indossavano nuovamente i loro cachemire superfini, e passavano agli studi ovattati dove avrebbero incontrato clienti facoltosi, con i quali parlare sottovoce. Che mestiere bifronte, che personalità doppie per una professione aristocratica, selettiva, ricchissima.
Tutto questo è finito. Le leggi, i regolamenti e le tecnologie hanno chiuso, anche in Italia, un’epoca che ha visto passare, proprio dalle grida di Borsa, fortune, sfortune e tragedie della finanza italiana: Sindona, Calvi, Bonomi, Gardini... Storie della Borsa ne sono state scritte tante. Ma ora, per iniziativa del Centro per la cultura d’impresa diretto da Giuseppe Paletta, un volume è stato dedicato proprio a «Le grida. Memoria, epica, narrazione della Borsa di Milano, 1945-1995». Lo ha curato Roberta Garruccio, ricercatrice di Storia economica all’università di Milano.
La particolarità del libro è soprattutto una: l’indagine si è svolta sulla base di interviste e di testimonianze orali, perché sui comportamenti e sull’aneddotica di quel mondo poco o nulla era stato scritto. «C'era un vuoto di conoscenze - spiega la Garruccio - su quella che era la reale operatività quotidiana della contrattazione sul parterre. Le principali caratteristiche del contesto di quei pochi metri quadrati di mercato al coperto erano tre: le relazioni erano vis à vis, quindi le identità degli operatori contavano (tu sai chi sono io e io so chi sei tu); il contratto che siglava ogni scambio era fondato sulla parola (dictum meum pactum est) e l'ordinamento degli scambi era strettamente ritualizzato entro regole e scansioni precise che si ripetevano sempre uguali (era questo che dava ordine al caos apparente delle sedute)». E aggiunge: «Capimmo che tutte le conoscenze essenzialmente pratiche e tacite che contrassegnavano quel lavoro (si imparava "rubando il mestiere con gli occhi") rischiavano di sparire insieme alla sua generazione».
Sono state raccolte 80 interviste, per un totale di 200 ore di registrazione, migliaia di pagine di trascrizioni. Ma - nessun timore - non sono state pubblicate integralmente. Sono state lavorate, sistematizzate in un colto lavoro di organizzazione della ricerca storica, e hanno dato vita a un volume scientifico ma godibile, ricco di anneddoti, di curiosità e di citazioni di una Milano che, come quella vecchia attività di Borsa, non c’è più.