Borsani: "Aspetto ancora che la sinistra condanni i crimini degli antifascisti"

"Non ho bisogno di fare dichiararazioni
per dimostrare di essere libero e democratico"

Milano - Gianfranco Fini chiede alla destra di diventare antifascista. «Forse il potere val sempre una messa». Carlo Borsani, ex assessore in Regione Lombardia, oggi presidente dell’Istituto nazionale tumori di Milano e membro della direzione nazionale di An, non la manda giù. «Personalmente mi riconosco nei valori della libertà, dell’uguaglianza e della giustizia sociale senza bisogno di dichiararmi antifascista». Di nome fa Carlo. Come il padre. Cieco di guerra, eroica medaglia d’oro, aderì alla Repubblica sociale. A 27 anni i partigiani lo fucilarono. Il 29 aprile, a guerra finita, insieme al sacerdote arrivato per confessarlo. Poi, per sfregio, in giro per Milano su un carretto delle immondizie. Carlo (figlio) era nel grembo di mamma. Papà non lo vide mai. Ne porta il nome. Con orgoglio.
Borsani, per Fini che vent’anni fa parlava del fascismo del Duemila, suo padre stava dalla parte sbagliata.
«L’8 settembre per l’Italia fu un disastro. Il momento della scelte diverse. Allora una generazione educata ai valori della patria, dell’onore e della coerenza, scelse in assoluta coscienza di arruolarsi nella Rsi».
Nonostante le leggi razziali?
«Nessuno in Italia sapeva cosa stesse succedendo agli ebrei. Io l’ho chiesto più volte a mia madre. E lei me l’ha confermato».
La destra italiana ancora oggi è accusata di razzismo e antisemitismo.
«Macché antisemitismo. Mi ricordo quanto Giorgio Almirante ammirasse Moshe Dayan e quanto ci raccomandasse di stare con Israele».
Almirante diceva «non rinnegare e non restaurare».
«Il fascismo è stato un movimento irripetibile. Dittatura? Ma nel resto del mondo cosa c’era? Mica democrazia dappertutto. E poi non è detto che la democrazia coincida sempre con la libertà. Può anche essere una tirannide».
Affermazione forte.
«Anni fa se non andavi d’accordo con il pensiero dominante venivi picchiato, allontanato da scuola, perdevi il lavoro. Uccidere un fascista non era un reato».
Vent’anni di fascismo e più di sessanta che se ne discute. Un’anomalia italiana?
«Certo. E io non accetto strumentalizzazioni. L’equazione “se sei antifascista sei democratico, altrimenti no”. Si dimentica che la maggior parte dei partigiani combatté per portare in Italia il comunismo, la dittatura dell’Urss di Stalin?».
Le daranno del solito fascista.
«Ho fatto politica, ho amministrato. Nemmeno gli avversari hanno potuto accusarmi di non tenere alla libertà. Finché tutte le forze rappresentative dell’antifascismo non avranno pronunciato parole di netta di condanna, non solo verso le politiche e le ideologie di cui la sua componente antifascista antidemocratica era portatrice, ma anche verso i crimini di cui fu responsabile, continuerò a non accettare il tentativo di costringermi a dichiararmi antifascista per dimostrare il mio essere libero e democratico». Per incontrarci, era il titolo dell’ultimo editoriale scritto da Carlo (padre) Borsani su Repubblica fascista. Da fascista, rivolto a chi fascista non era. giovanni.dellafrattina@ilgiornale.it