Le Borse festeggiano a colpi di rialzi le voci su un’intesa

L’Europa guadagna il 2%, bene Wall Street. Ma il petrolio risale sopra i 108 dollari e la Consob Usa indaga sui fondi speculativi

da Milano

Le Borse giocano d’anticipo. Sempre. Nel bene e nel male. È stata dunque da manuale la reazione di ieri dei mercati ben prima che venisse annunciata l’intesa di massima sul maxi-piano di salvataggio da 700 miliardi di dollari messo a punto dal segretario Usa al Tesoro, Henry Paulson.
Circolate fin dal primo pomeriggio, quando ancora Wall Street non aveva aperto i battenti, le indiscrezioni sull’accordo raggiunto hanno subito galvanizzato i listini. Poi, le prime conferme venute dalle parole del candidato presidenziale Barack Obama e il cauto ottimismo espresso dalla Casa Bianca, hanno definitivamente spianato la strada al rialzo. In Europa, i progressi sono stati mediamente del 2% (+1,95% il Mibtel a Milano), con punte fino al 3% a Zurigo. Forte delle rassicurazioni giunte in serata dal presidente della commissione bancaria del Senato Usa, Chris Dodd, la Borsa di New York ha chiuso la seduta di slancio (+1,82% il Dow Jones, +1,43% il Nasdaq) ignorando l’allarme utili di un colosso come General Electric, le pessime notizie giunte sotto forma di un aumento superiore alle attese dei sussidi di disoccupazione e di un calo degli acquisti di beni durevoli, cioè quelli di durata superiore ai tre anni, e la risalita del petrolio sopra i 108 dollari.
L’indifferenza con cui i listini hanno accolto queste bad news, dà la misura del peso del piano di sostegno sull’andamento dei mercati. Grazie a quello, è il ragionamento degli investitori, c’è ancora un futuro. Quando poi una almeno parziale doccia fredda è arrivata i listini erano già chiusi.
E il futuro si presenta complicato già da oggi, dominato da una crisi di sfiducia da parte del sistema bancario difficile da scalfire (l'Euribor a tre mesi, uno dei tassi di riferimento con cui si calcolano anche i rendimenti sui mutui, ha toccato ieri il 5,119%, nuovo massimo da 8 anni) e da possibili nuovi crac nel settore del credito. Il Federal Deposit Insurance Corp, agenzia federale nata con l'obiettivo di garantire i depositi bancari, potrebbe essere costretto a ricorrere a un’iniezione da 150 miliardi per evitare il fallimento. Critica anche la situazione dell’auto. Le tre major di Detroit - Ford, Chrysler e Gm - sperano che arrivi presto da Washington un prestito da 25 miliardi, una boccata di ossigeno per casse aziendali asfittiche.
Le Borse sanno bene quanti sono i fronti aperti. L’indagine dell’Fbi sul crac di Lehman, sulla nazionalizzazione del gigante assicurativo Aig e sulla messa sotto tutela di Fannie Mae e Freddie Mac rischia di scoperchiare un nuovo vaso di Pandora. Così come il faro acceso dalla Sec (la Consob Usa) sui fondi più speculativi, sospettati di aver effettuato vendite allo scoperto abusive, l’arma con cui avrebbero portato al collasso Bear Stearns.
Per quanto vitale, il piano non è inoltre la medicina in grado di curare una recessione che, secondo il Nobel per l’economia, Eric Maskin, durerà «ancora due-quattro anni». Lo stesso Maskin parla di «regole da reinventare per il capitalismo e la finanza globale». Non le riscriverà il provvedimento che il Congresso Usa si appresta ad approvare, ma l’istituzione di un organismo indipendente in grado di controllare come e dove i soldi pubblici verranno spesi è già un segnale di trasparenza. Da tenere presente in futuro. Per evitare nuovi virus mortali.