Borse in ginocchio Ma l'Asia recupera Petrolio ai minimi

Salta l’accordo al Congresso Usa sugli aiuti all’auto: Wall Street
perde oltre il 5%. Folle altalena dei titoli Gm. L’Europa brucia altri
150 miliardi, ma Milano limita i danni (-1,83%). Il barile ai minimi
degli ultimi cinque anni

Milano - La scarica di adrenalina a Wall Street è durata poco più di un’ora, il tempo sufficiente per annullare l’effetto euforico prodotto dalle voci di un accordo al Congresso per rimettere in carreggiata l’agonizzante industria dell’auto Usa. L’intesa, invece, non c’è: Capitol Hill, prima di erogare aiuti, pretende un piano aziendale dalle ex Big Three di Detroit in modo da poter capire come saranno impiegati i fondi. Anche perché, come ha spiegato il senatore democratico, Herry Reid, «non sappiano di quanti soldi abbiano bisogno». Non è però detta l’ultima parola: un sì potrebbe essere strappato nella settimana dell’8 dicembre. Forse sarà troppo tardi per strappare dalla bancarotta General Motors, i cui titoli sono stati ieri protagonisti di un folle balletto: giù del 40% all’inizio della seduta, con i prezzi schiacciati sui valori degli anni ’30, poi in recupero di oltre il 6% e quindi ancora in calo a fine seduta.

Seppur in scala minore, è lo stesso andamento volatile che ha scandito per l’intera giornata i ritmi di Dow Jones, collassata nel finale sotto il peso delle vendite (-5,56% il Dow Jones, -5,07% il Nasdaq). La parte migliore della seduta della Borsa Usa ha perlomeno permesso ai listini europei, affossati in mattinata da perdite superiori al 5% (in precedenza Tokio aveva sfiorato un -7%), di contenere le perdite tra l’1,83% di Milano e il 3,48% di Parigi. Il conto da saldare è stato comunque ancora una volta salato, sotto forma di 150 miliardi di euro di capitalizzazione svaporata in poche ore e con l’indice degli automobilistici crollato quasi del 5% anche per effetto dell’orientamento contrario espresso dall’Ue alla concessione di aiuti e ai 2.700 tagli decisi da Peugeot.

Quella che il segretario al Tesoro Usa, Henry Paulson, ha definito come una di quelle crisi che capitano «una o due volte» ogni 100 anni, non manca ogni giorno di far sentire tutto il proprio peso. Perfino la caduta dei prezzi del petrolio, scesi ieri sotto i 50 dollari il barile (minimo a 48,85 dollari, punto più basso da cinque anni a questa parte), viene vista come una potenziale minaccia, per le spinte deflazionistiche che incorpora. «I mercati azionari hanno scontato uno scenario terribile nelle giornate più nere di ottobre e che ancora si riaffaccia ogni qual volta giungono notizie negative», ha fatto notare l’ad di Unicredit, Alessandro Profumo.

Dall’America sono infatti arrivate anche ieri altre bad news. Il Superindice, termometro per eccellenza sulle prospettive dell’economia, è sceso in ottobre dello 0,8%. «È improbabile che l'economia migliori presto, e l'attività economica potrebbe contrarsi ulteriormente nel breve termine», ha detto senza mezzi termini il Conference Board. L’attività manifatturiera, del resto, continua a deteriorarsi, come dimostra il calo ai minimi dal 1990 dell’indice della Fed di Philadelphia, ben al di sotto (-39,2) della linea di 50 punti che separa crescita e contrazione dell’attività. A preoccupare è anche il balzo dei sussidi di disoccupazione a quota 542mila, al valore più alto dal luglio del 1992.

Di sicuro, un fallimento da parte di uno dei colossi dell’auto avrebbe ripercussioni gravissime sotto il profilo occupazionale. Gli analisti stimano che i disoccupati Usa salirebbero a 2,5 milioni, considerato che l’industria delle quattro ruote di Detroit impiega circa 250mila addetti, più altri 730mila nell’indotto. A questo punto, è probabile che al Congresso le trattative proseguano nei prossimi giorni per conciliare le posizioni dei democratici, favorevoli a utilizzare parte dei 700 miliardi di dollari del piano Paulson, con quelle dei repubblicani, che si oppongono. La speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha comunque dato tempo fino al 2 dicembre a Gm, Ford e Chrysler per presentare un progetto.