Borse, l’Europa corre ancora Ma Wall Street inizia a frenare

da Milano

«Non vi è ragione di dichiarare la fine della crisi finanziaria e di lasciarsi andare a un ottimismo esagerato». Il maxi balzo collettivo di lunedì delle Borse deve aver spaventato il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker. Troppo e troppo in fretta quel rialzo, stimolato da un’euforia incontrollabile. Mr. Euro si sarà quindi sentito forse più rassicurato dopo il calo di ieri a Wall Street (-0,82% il Dow Jones, -3,54% il Nasdaq) e i guadagni del Vecchio continente, certo robusti, ma decisamente più contenuti (tra il 2 e il 5%) rispetto a quelli incassati all’inizio della settimana. Ai 480 miliardi di euro di capitalizzazione messi in cassaforte lunedì, ieri se ne sono comunque aggiunti altri 160.
Il recupero poteva anche essere di entità maggiore se l’andamento incerto di New York non avesse agito da parziale freno, contribuendo a ridurre i progressi superiori al 6% realizzati nella prima parte della seduta grazie alla spinta offerta da Tokio.
Chiuso per festività l’altroieri, il listino giapponese si è rifatto subito con un più 14,5% sfruttando sia l’annuncio del governo di misure tese a stabilizzare il mercato finanziario, compreso un alleggerimento delle restrizioni sulle società che vogliano ricomprare le loro azioni, sia l’iniezione di liquidità da 1.000 miliardi di yen (7,5 miliardi di euro) decisa dalla Banca del Giappone. «La cooperazione tra le banche centrali è senza precedenti», ha commentato il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, tornato tuttavia a sottolineare come l’inflazione rimanga «la prima preoccupazione». L’interrogativo su un ulteriore taglio dei tassi, dopo quello d’emergenza da mezzo punto deciso la scorsa settimana, resta dunque aperto. Le tensioni sui tassi interbancari continuano però ad allentarsi: l’Euribor a tre mesi è arretrato al 5,24% dal 5,32% di lunedì, quello a un mese è sceso al 4,93% (da 5,02%).
È un segnale di parziale stabilizzazione che, pur non cancellando ancora il clima di sfiducia reciproca tra le banche, è importante per quanti (imprese, ma anche famiglie) devono accedere al credito. Importante quindi anche per le Borse, dove i titoli bancari continuano la rimonta. A Francoforte (+2,7%) Deutsche Bank ha chiuso a +10,71%; a Parigi (+2,7%) bene Société Générale (+8,16%); a Milano (+3,46% il Mibtel dopo un +7% durante la seduta) è stato soprattutto il giorno delle popolari (il Banco Popolare è balzato del 9,6%, la Milano ha guadagnato oltre l’8%), ma anche di Unicredit (+4,65%). A Londra (+3,2%) Barclays è salita del 15%, con i riflettori puntati sul premier Gordon Brown, il primo a indicare la strada maestra per salvare gli istituti di credito. Da ex cadavere politico, come lo apostrofava fino a non molto tempo fa la stampa, ad eroe: «Sono Gordon, non Flash Gordon», si è però schermito ieri il primo ministro. Secondo Brown, i prossimi giorni saranno «determinanti» per arginare la crisi finanziaria mondiale. «Servirà tempo» per superare la crisi e «risolvere i problemi che sono emersi nel sistema bancario».
Sul tappeto restano però i nodi dell’economia reale. Da questo punto di vista, l’andamento dei prezzi del petrolio è una cartina di tornasole assai valida per valutare le preoccupazioni sull’entità della crisi. Le quotazioni sono scese ieri a 78,87 dollari il barile, quasi il 3% in meno di lunedì, a causa dei timori di un calo della domanda mondiale legata al forte rallentamento globale. L’incubo di una recessione prolungata non si è del resto dissolto a Wall Street. Il piano da 250 miliardi di dollari varato dal segretario al Tesoro, Henry Paulson, mette una pezza sulle falle del sistema bancario senza tuttavia intervenire sul problema della disoccupazione, sull’indebitamento delle famiglie e sul calo dei consumi.