Borse, lunedì di passione Contro le speculazioni il governo si faccia sentire

di Francesco Forte
La caduta della Borsa italiana si inserisce in una caduta generale delle Borse dell’euro zona, che è sotto un attacco massiccio. Il short selling, cioè le vendite allo scoperto, ha interessato sia i titoli azionari, sia gli obbligazionari. Milano in chiusura ha segnato un ribasso di 3,96 con un piccolo recupero di 0,30 nel finale. Parigi ha registrato un -2,74 e Francoforte un -2,3 mentre Lisbona ha avuto un ribasso del 4,37%. È evidente che il short selling si è rivolto in particolare all’Italia. E nel mirino sono stati sia i titoli bancari, con le due maggiori banche con perdite dell’8% circa o superiori (ma con fluttuazioni) che i titoli pubblici.
I nostri Btp (Buoni del tesoro poliennali) decennali sono arrivati a un differenziale di tasso di interesse, ossia spread, del 2,8-3% sui Bund tedeschi raggiungendo un rendimento del 5,6%: che - per altro - in sé non è particolarmente elevato, dato il tasso di inflazione medio del 2,5%. I titoli pubblici di quasi tutti degli Stati dell’euro hanno visto aumentare il loro spread rispetto ai Bund, ma gli italiani hanno avuto un aumento maggiore. Lo spread della Spagna rimane superiore al nostro (o ovviamente sono molto più elevati gli spread del Portogallo e della Grecia).
È chiaro, insomma, che lo short selling si è rivolto in misura particolare ai nostri titoli pubblici. La Consob ha cercato di limitare queste vendite allo scoperto, obbligando gli operatori che ne fanno in percentuale maggiore dello 0,2% rispetto al volume di titoli di una data denominazione a renderlo noto. Le norma è servita a poco perché è possibile frazionare le vendite, utilizzando diversi canali. Le motivazioni che hanno indotto a effettuare queste operazioni al ribasso erano robuste, anche se poco fondate. Sulla base di critiche della nostra opposizioni, che ha letto male le tabelle ufficiali (per la verità poco chiare per i non addetti ai lavori) si è diffusa la voce che la nostra manovra non sarebbe adeguata. Il ministro tedesco dell’Economia, Wolfgang Schauble, un duro che non fa sconti ha dichiarato che essa è convincente. Ma è anche circolata la voce che la maggioranza del governo in Parlamento non sarebbe compatta. Commentatoti malcauti hanno sostenuto che è perciò venuto il tempo di «maggioranze variabili», per assicurare la coesione necessaria per la manovra. Il Pd ha affermato che è pronto a fare ciò, ma con una manovra cambiata. Il presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, invece ha invocato la compattezza e la rapidità nell’approvare la manovra del governo con modifiche minime. Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha quindi chiesto una generica coesione, ma la frase sembra simile a quella più esplicita della Marcegaglia. La maggioranza non pare disposta a fare emendamenti di rilievo. Ma la dichiarazione che essa non intende modificare i saldi previsti ciò non basterà a placare la speculazione che crede più facilmente ai gufi e non dice «gatto» sin che non lo vede nel «sacco».
D’altra parte la guerra del dollaro all’euro continua, anche perché i vertici europei sono lenti nelle decisioni per la Grecia, che rimane il banco di prova della capacità dell’Eurozona di rimanere coesa. Inoltre, alla Bce non c’è ancora Mario Draghi che ci arriverà in settembre e sicuramente le darà più operatività. A fine settimana la manovra sarà approvata in Commissione al Senato e andrà blindata, in aula, per il voto di fiducia. Sarebbe frattanto utile chiarire che, comunque, la manovra per il 2012 è solo di 6 miliardi, di tagli e aumenti fiscali, che servono non per una riduzione del deficit di pari importo, ma per 5,2 miliardi finanziano maggiori spese di investimento. E poiché il traguardo del 2012 è il 2,7% di deficit sul Pil, se ne desume che, in pratica, adesso la nostra finanza pubblica viaggia da sé verso quel traguardo. Ciò in quanto per arrivarci si fa una manovra con saldo netto di appena 800 milioni, 0,05 punti di Pil. L’Italia non ha un trend di deficit allarmante. Il nostro debito pubblico è stato onorato, anche quando avevamo deficit ben maggiori. Le nostre banche, sono solide. E non c’è bisogno di un governo di emergenza. Basta un governo che tranquillizzi i risparmiatori, con una maggioranza, su questo, concorde (non così l’opposizione, che sino ad ora ha fatto di tutto per spaventarlo). «Ha da passare la nottata».