Borse mondiali in balìa dei mutui Usa

da Milano

Federal national mortgage association e Federal home loan mortgage corporation. Nomi troppo complicati per gli stessi americani. Così si sono inventati due acronimi, un po’ fantasiosi ma efficaci e anche rassicuranti: Fannie Mae e Freddie Mac. Salvo che i due colossi dei mutui americani di rassicurante ultimamente hanno ben poco. I due hanno complessivamente erogato o garantito mutui per circa 5mila miliardi di dollari, una cifra che corrisponde a oltre la metà dell’intero debito pubblico americano, pari a 9.500 miliardi di dollari. Da giorni circolano voci di serie difficoltà nei loro bilanci. Ieri, Freddie Mac e Fanny Mae sono stati la principale causa del crollo delle Borse mondiali. I due titoli finanziari hanno perso a Wall Street oltre il 20%, portando la perdita da inizio anno a oltre il 60%. L’indice Dow Jones è sprofondato del 2% sotto gli 11mila punti, quota mai vista dal luglio 2006, per poi recuperare dopo le indiscrezioni secondo cui il presidente della Fed, Ben Bernanke, avrebbe affermato che sia Freddie Mac sia Fannie Mae hanno i requisiti per accedere alla finestra del tasso di sconto. I rumors hanno fatto volare Freddie Mac, arrivata in pochi minuti a guadagnare il 4,2%. Chiusura finale con il Dow Jones in calo dell’1,105 ma ritornato sopra quota 11mila punti, a 11.105,18.
Il timore è che il fallimento di una, o delle due istituzioni, provochi il collasso del sistema finanziario Usa e, di conseguenza, dell’economia, che già di per sé non attraversa un buon periodo. Un timore neanche tanto eccessivo, visto che l’opinione pubblica sta cominciato a rendersi conto che le due società non appartengono alla sfera pubblica. Nate su iniziativa statale, negli anni Trenta l’una, nei Settanta l’altra, sono oggi società a capitale privato, alle quali il governo concede solo un trattamento di favore in termini di tassi, finanziamenti e regole, in virtù della loro utilità sociale, che sarebbe quella di aiutare l’americano medio a comprarsi la casa. Tra le regole di favore, peraltro, i minori obblighi di riserve patrimoniali per far fronte ai rischi, rispetto a quelli imposti alle banche commerciali. In tempi come questi, una spada di Damocle. Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve, chiedeva da oltre un anno al Congresso leggi di riforma per i due colossi finanziari. Ma ieri sia lui sia il segretario al Tesoro, Henry Paulson, non hanno potuto far altro che dichiarare che non c’è nessuna operazione di salvataggio in vista per le due istituzioni. Visto il panico sui mercati, si è sentito di intervenire anche il presidente Bush: «Freddie Mac e Fannie Mae sono istituzioni molto importanti», ha detto.
Come ha evidenziato Robert Lynch, economista della Hsbc, una delle maggiori banche Britanniche: «Se il governo Usa dovesse rilevare l’esposizione delle due agenzie, potenzialmente il debito federale salirebbe di oltre il 50%». La conseguenza, sarebbe un’ulteriore fuga dal dollaro, non più rifugio sicuro per i capitali mondiali. Ieri, tanto per stare in tema, il dollaro è andato a 1.59 contro l’euro, vicino al minimo storico, contro lo yen giapponese è sceso dell’1% e contro il dollaro australiano, valuta «tranquilla», ha raggiunto i minimi da 25 anni.
Se ai guai americani si aggiunge il generale clima di diffidenza sui bilanci delle banche, il nuovo record del petrolio, 147 dollari al barile, i dati europei sul rallentamento della produzione industriale (peggio di tutti Italia e Francia, meno 2,6% e meno 1,4% in maggio) e l’inflazione in rialzo, si capisce come Freddie Mac e Fannie Mae non abbiano fatto altro che peggiorare, sui mercati mondiali, un quadro già fosco. Anche in Europa i titoli più penalizzati ieri sono stati quelli delle banche: Crédit Agricole ha perso il 10%, Société Générale il 7% e Royal Bank of Scotland 8,6%. A livello di indici, Londra ha perso il 2,69%, Parigi oltre il 3%, Francoforte il 2,41%, Zurigo il 2,41% e Milano (indice Mibtel) il 2,48%. Complessivamente, le società quotate europee hanno perso 180 miliardi di euro di valore.