Le Borse mondiali non escono dall’angolo

Già metabolizzato nei giorni scorsi, il taglio dei tassi prospettato ieri dal numero uno della Bce, Jean-Claude Trichet, non ha portato conforto alle Borse europee. Né l’andamento ancora una volta ondivago di New York. Reduci da una settimana di passione, culminata con il crollo di venerdì scorso costato altri 220 miliardi di euro di capitalizzazione, i mercati del Vecchio continente continuano a subire la spinta delle vendite, alimentate dal pessimismo sulle prospettive economiche. Fosche, a sentire il commissario Ue agli Affari monetari, Joaquin Almunia, secondo il quale la crisi «durerà almeno un anno».
Con la bussola spostata ormai sul versante della recessione, non riesce a far presa sugli investitori neppure l’ulteriore raffreddamento delle quotazioni del petrolio: il Brent è sceso al di sotto dei 60 dollari il barile, il greggio trattato a New York galleggia a fatica appena sopra quota 61. Dal picco dello scorso luglio, i prezzi si sono più che dimezzati, e le casse dei ricchi signori dell’oro nero piangono (vedi servizio qui sotto).
Sono gli effetti di una tempesta sempre più globale, registrata con quotidiana puntualità dagli indici borsistici. Solo Francoforte è riuscita a spuntare un rialzo (+0,91%), ma solo grazie al sostegno straordinario offerto da Volkswagen (+146%), di cui Porsche è ormai pronta a prendere il controllo. Per il resto, la solita catena di ribassi: dal meno 4% di Madrid al meno 3,96% di Parigi, fino al meno 0,79% di Londra. A Milano, il Mibtel è arretrato del 3,5%, facendo un salto indietro di ben 11 anni: era dal novembre 1997 che l’indice non scendeva a quota 14.852; l’S&P/Mib (-3,96%) ha invece ritoccato durante la seduta il minimo storico con una discesa sotto i 19mila punti, poi recuperata nel finale.
Ai mercati europei continua del resto a mancare un punto di riferimento come Wall Street. Nelle ultime settimane, il mercato Usa ha dato più volte prova di grande imprevedibilità. E l’incertezza è stata anche ieri la nota dominante per buona parte della seduta, conclusa però in forte calo (-2,42% il Dow Jones, -2,97% il Nasdaq) dopo che a metà giornata gli indici sembravano avviati verso una chiusura positiva grazie alla notizia del rialzo (+2,7%) in settembre delle vendite di nuove case. A gelare il mercato sono in seguito state le previsioni dei negozianti su un Natale magrissimo, in cui le vendite caleranno del 2,7% tra novembre e dicembre. Stime pessimistiche confermate dagli stessi consumatori: il 64% degli americani è convinto infatti che quest’anno spenderà meno.
Da oggi, l’attenzione di Wall Street comincerà a spostarsi sulla riunione della Federal Reserve. Domani il presidente, Ben Bernanke, deciderà quasi sicuramente di tagliare il costo del denaro. Forse in modo netto, di mezzo punto percentuale, come prevedono gli operatori. Un intervento che potrebbe dare un po’ di sollievo ai mercati, in attesa del G20 in programma a Washington a metà novembre. La speranza è che dal vertice escano misure spazza-crisi. Le basi dei provvedimenti che saranno poi varati al summit, potrebbero essere gettate tra il sette e il nove novembre, quando a San Paolo del Brasile si riuniranno i ministri finanziari e i governatori centrali del Gruppo dei Venti. Un’analisi sulla situazione della crisi finanziaria verrà fatta oggi dal Comitato per la salvaguardia della stabilità finanziaria, presenti, tra gli altri, il ministro dell’Economia, Tremonti e il governatore di Bankitalia, Draghi.
Resta inoltre turbolento anche il fronte valutario. Non solo per l’euro, scivolato ieri sotto 1,24 dollari (minimo a 1,2335): con un comunicato straordinario, il G7 ha preso posizione contro l’eccessiva volatilità dello yen. Non è servito a nulla: la moneta giapponese ha continuato a correre, toccando il punto più alto dal maggio 2002 contro l’euro.