Le Borse nel panico: travolti i listini

Si estendono i timori di un contagio dai mutui Usa all’economia globale. L’Europa brucia 300 miliardi, Milano (meno 3,4%) ai minimi del 2007. A Wall Street scattano i blocchi alle vendite e il Dow Jones si riprende. La Banca centrale Usa interviene con un’iniezione di liquidità da 17 miliardi di dollari

Milano - Stato d’allerta da codice rosso, consultazioni febbrili ai più alti livelli, ministri pronti a dispensare speranze e convinzioni, banche centrali ancora in azione. Eppure, niente: nessun sogno di mezza estate per le Borse, solo un incubo sempre più lungo e sinistro. Dopo i tentativi dei giorni scorsi, ieri è scattata la grande fuga dai mercati, zavorrati dal peso insostenibile che trascina verso il fondo chi sbraccia per paura d’annegare. È una paura resa tangibile dai crolli dei listini, anche superiori al 4%, dal dimagrimento sempre più evidente delle quotazioni, dal dissolvimento di altri miliardi di ricchezza borsistica.

Ma si vede anche e soprattutto negli appelli a mantenere la calma che cadono inascoltati. Come quello dell’ex guru di Wall Street e attuale segretario al Tesoro Usa, Henry Paulson, sulla capacità dell’economia di sopportare i contraccolpi della crisi innescata dai mutui subprime, quelli ad alto rischio. Al suo slogan, «non ci sarà recessione», la Borsa di New York ha replicato potando di 250 punti l’indice Dow Jones, che solo nel finale ha recuperato chiudendo praticamente piatto (-0,12%). Il contemporaneo avvitarsi del Nasdaq (-0,32% nel finale), ha quindi costretto il New York Stock Exchange a una misura d’emergenza, utilizzata solo quando occorre arginare il panic selling, le cosiddette vendite da panico: porre un limite agli scambi. Come togliere il pallone dal campo per evitare autoreti.

Nel caos che alimenta i mercati, non passa così inosservato né lo stallo dell’attività industriale a Philadelphia, né il rallentamento negli Stati Uniti nella costruzione di nuove case come non si vedeva da un decennio. E, tanto meno, l’atteggiamento di basso profilo che la Federal Reserve continua a mantenere, pur mettendo a disposizione altri 17 miliardi di dollari di denaro fresco a tassi convenienti. Ma quando si ipotizza un taglio del costo del denaro, mossa attesa da Wall Street quanto la finale del Super Bowl, l’istituto guidato da Ben Bernanke scatta subito in difesa: solo «una calamità» potrebbe giustificare una riunione d’emergenza per allentare la politica monetaria, ha detto ieri a chiare lettere il governatore della Fed del Kansas, William Poole.

Per molti, però, la catastrofe si è già verificata. Anche per quegli investitori asiatici (Seul ha ceduto il 7%) ed europei rimasti schiacciati dalla compressione subita dai listini. Il Vecchio Continente ha sacrificato ieri circa 300 miliardi di euro, ben 730 nell’ultima settimana. È la solita contabilità un po’ macabra che accompagna ogni caduta dei listini. Come quella di ieri, una vera e propria ecatombe: a Londra l’indice Ftse100 ha lasciato sul terreno il 4,1% (anche in questo caso, ignorate le parole del Tesoro inglese sulla capacità dell’economia di assorbire gli choc); Francoforte ha terminato la seduta in calo del 2,36%; Parigi ha chiuso con l’indice Cac 40 in ribasso del 3,26%, registrando la peggiore performance dell’anno. Seduta da dimenticare anche per Piazza Affari, dove il Mibtel è arretrato del 3,45%, ai minimi dell’anno, in una sorta di sisma che, pur non risparmiando alcun settore, ha letteralmente falcidiato i titoli delle banche (su tutte, Unicredit, meno 3,45%, e Capitalia, meno 4,26%), ricacciato Fiat (meno 5,5%) sotto quota 19 euro e alleggerito Eni di oltre il 3%. Un portavoce di Mediaset è intervenuto per ricordare che «l’operazione Endemol non è a rischio» e «che la questione sollevata dal Times (che aveva definito Endemol “l’ultima vittima della crisi globale del credito”, ndr) non riguarda i soci del consorzio» che ha partecipato all’acquisizione del leader mondiale nella produzione di format tv.

Le preoccupazioni legate all’estendersi del contagio finanziario anche all’economia reale sono comunque sempre più evidenti. E certo non aiuta a farle rientrare l’allarme lanciato da Moody’s sulla possibilità che un grosso fondo speculativo, un hedge fund, possa fare la fine del Long Term Capital Management ricordato come la causa d’innesco della crisi dell’estate ’98, quello che rese impossibile alla Russia onorare un debito estero da 40 miliardi di dollari. Ogni giorno, in effetti, i focolai d’infezione si estendono. Merril Lynch, per esempio, sostiene che il virus del subprime ha già colpito i commercial paper, certificati finanziari con i quali le aziende evitano di chiedere denaro in prestito alle banche. Si tratta di un mercato da 2.200 miliardi di dollari. Che ora rischia il blocco: questi titoli sono infatti garantiti da attività, spesso nient’altro che mutui. E i ripetuti casi di insolvenza stanno rendendo questi certificati solo paper, cioè carta. Di nessun valore.