Borse nella bufera: l’Europa brucia 137 miliardi di euro

da Milano

La fiducia non c’è più. Non ce n’è traccia nell’indice che misura l’umore dei consumatori americani, crollato in novembre ai minimi degli ultimi due anni. E non ce n’è traccia, soprattutto, nei verdetti di fine settimana della Borse, dove le perdite si sono sommate alle perdite, in una spirale al ribasso che ha travolto gran parte dei titoli, assegnando ancora una volta ai bancari il ruolo di vittima predestinata da sacrificare sull’altare della crisi del credito.
Giornata nera, dunque. Tanto in Europa, dove sono stati bruciati 137 miliardi di euro e a parte il pareggio di Francoforte i ribassi sono stati compresi tra l’1,21% di Londra e il 2,4% di Amsterdam (Milano ha ceduto l’1,8%), quanto a Wall Street (meno 1,71% il Dow Jones, meno 2,52% il Nasdaq). Piegata giovedì dalla parole di Ben Bernanke sul forte rallentamento delle crescita nel quarto trimestre (le prime stime indicano uno sviluppo dell’1,5% contro il 3,9% del periodo precedente), la Borsa Usa ha dovuto ieri fare i conti con due nuovi casi di contagio da virus subprime: a capitolare questa volta sono state Wachovia, quarta banca statunitense, costretta a svalutare di 1,1 miliardi le proprie cartolarizzazioni di mutui a rischio, e Fannie Mae, principale erogatore di prestiti negli Stati Uniti, che nel terzo trimestre ha registrato perdite per 2,24 miliardi su prodotti derivati. A innescare le vendite ha poi contribuito l’allarme utili esteso a un sempre maggior numero di titoli tecnologici: dopo Cisco, ieri è toccato a Qualcomm.
Anche se gli analisti sottolineano il ruolo della speculazione nell’avvitamento dei listini, per le Borse è difficile trovare una via d’uscita in assenza di una soluzione della crisi del credito. Bernanke ha ipotizzato perdite per 150 miliardi nel settore sub prime e un allungamento della catena delle insolvenze, e la decelerazione dell’economia americana rischia di avere ripercussioni a livello mondiale, già sottoposta allo stress delle quotazioni petrolifere. Così i mercati soffrono e sperano in un ulteriore taglio dei tassi da parte della Fed, nonostante il dato di ieri sui prezzi all’import Usa abbia rivelato in ottobre il maggior incremento degli ultimi 17 mesi (più 1,8%) proprio a causa delle fiammate del petrolio e alla debolezza del dollaro (ieri a un nuovo minimo storico nei confronti dell’euro, a quota 1,4752).
La banca centrale di Washington ha acceso un faro sulla svalutazione del biglietto verde, considerata un innesco di tensioni inflazionistiche, ma il silenzio dell’amministrazione Bush sui rapporti di cambio sembra indicare la volontà di non affrontare il problema. Anche perché il deprezzamento del biglietto verde sta consentendo all’America di contenere il disavanzo commerciale nonostante il greggio alle stelle: il deficit è sceso in settembre dello 0,6% a 56,45 miliardi di dollari, dai 56,80 miliardi di agosto, il punto più basso dell’ultimo biennio.