Borse in picchiata, Milano -2,3% L’incubo della recessione mondiale

Dopo il taglio del rating da parte di Standard&Poor’s, il mondo guarda all’America come a un Paese che ha perso la verginità del debito sovrano. Gli Intoccabili non ci sono più, sforbiciati anche nell’orgoglio. La perdita della tripla A degli Usa è costata ieri a Wall Street, per nulla confortata dalle parole di Barack Obama, un tuffo nel vuoto (-5%, Dow Jones sotto gli 11mila punti a un’ora dalla chiusura) e all’Europa quasi 200 miliardi di euro di capitalizzazione. In sole sei sedute sono andati in fumo circa 700 miliardi di ricchezza borsistica. È una contabilità vagamente cimiteriale, purtroppo suscettibile di continui aggiornamenti. In peggio. Il momento, del resto, è questo: si tappa una falla, e subito se ne apre un’altra.
C’è stato dunque poco tempo per felicitarsi della mossa, seppur a scoppio ritardato, con cui ieri la Bce ha rotto gli indugi comprando titoli di Stato italiani e spagnoli per una cifra tra i 3 e i 5 miliardi. L’intervento, marginale dal punto di vista strettamente finanziario (rappresenta grosso modo il 5% degli acquisti complessivi effettuati finora), è stato di sicuro impatto psicologico. Dopo le lunghe settimane dell’inerzia nonostante la temperatura ribollente degli spread, l’Eurotower è tornata a far la sentinella, cosa che i mercati non hanno potuto ignorare. Il differenziale tra i Btp e il bund tedesco si è infatti prosciugato di 100 punti ed è tornato sotto quota 300. Ossigeno, in prospettiva, per le emissioni italiane.
Ma sotto le fiamme dell’emergenza finanziaria che obbliga i Grandi a far da pompieri e a mobilitare la macchina del G20, rischia di nascondersi il fuoco di un’altra crisi economica. Chiamatela double dip recession, immaginatela come una doppia W che indica crisi, ripresa e poi ancora crisi. «La preoccupazione più immediata di gran parte degli americani e dei mercati è l’occupazione e la bassa velocità della ripresa dovuta alla recessione», ha ammesso Obama. I segnali di crisi non mancano. Anche in quel cadere ieri quasi senza rete, per esempio, di titoli industriali di peso come Fiat (-9,64%) e Fiat Industrial (-10,5%); o come Pirelli (-10,36%), Saipem (-8%) e Luxottica (-5,6%). Fragili come vetri di Murano, malgrado Piazza Affari sia riuscita a limitare i danni (-2,35%, dopo un’apertura in rialzo del 4%) rispetto alla media europea (-4,14%) grazie alla Bce e anche al giudizio lusinghiero sulle misure anti-crisi adottate dall’Italia espresso dal presidente della commissione Ue, Herman van Rompuy.
Ma le vendite hanno bersagliato ovunque gli industriali e quelli dell’automobile in particolare. Bofa Merril Lynch prevede infatti tempi difficili per le quattro ruote: in Europa e negli Stati Uniti. Già nei giorni scorsi, marchi come Volswagen e Mercedes hanno cominciato a sudar freddo all’idea di un rallentamento del mercato Usa, uno dei principali sbocchi delle loro esportazioni. E se l’America si ferma, sono guai: per la Germania, in odore di frenata da qui a fine anno, e a maggior ragione per quei Paesi con bassa crescita.
In fondo, depurato dal giudizio sul ritardo con cui il Congresso ha raggiunto una soluzione di compromesso sul debito, S&P (che ieri ha fatto calare la scure anche su Fannie Mae e Freddie Mac) ha motivato il declassamento anche con la mancanza di un piano per la crescita economica. L’esigenza di rianimare un’economia in palese debito d’ossigeno (il Pil è salito appena dello 0,4% nel secondo trimestre) si scontra infatti con i tagli alla spesa pubblica inseriti nell’accordo per il rifinanziamento del debito. Proprio mentre la Federal Reserve ha abbandonato quel ruolo di sostegno all’economia finora garantito, assicurando enorme liquidità ai mercati. Oggi nelle aziende Usa ogni dipendente lavora meno ore. E meno ore di lavoro si traducono in stipendi più bassi: il reddito individuale è sceso del 4% rispetto al periodo precedente l’ultima recessione. Così, in un Paese fortemente sbilanciato sul lato dei consumi privati, spende meno anche chi un posto ce l’ha. Figuratevi chi invece è senza lavoro, oppure deve pagare un mutuo magari superiore al valore della casa. In America il tasso dei senza-lavoro è pari al 9,1% (era al 5% nel 2007), con circa 15 milioni di persone a spasso. C’è un solo precedente di ciò che accade quando l’economia americana con il 9% di disoccupati torna in recessione, ma risale al 1937. Poi scoppiò la Seconda guerra mondiale.