Borse, torna la grande paura New York cede l’8%, Milano il 5%

Dopo due giorni di recupero, il nuovo crollo, provocato dall’andamento di Wall Street. Si teme per oggi

da Milano

Recessione: torna il fantasma di un’economia mondiale colpita a morte dalle tossine della finanza davanti agli occhi delle Borse internazionali. Anche se in mattinata gli operatori avevano provato a resistere, con il passare delle ore il clima è precipitato, spazzando via 350 miliardi di capitalizzazione dai listini del Vecchio Continente. Milano ha ceduto il 5,3%, Parigi il 6,8%, Francoforte il 6,5%, Londra oltre il 7,1%.
Da subito critica anche la situazione a Wall Street, dove il Dow Jones ha chiuso in caduta libera (meno 7,87% sotto la soglia dei 9mila punti, accusando il secondo peggior ribasso dopo l’ottobre ’87), malissimo anche il Nasdaq (meno 8,5%), e l’S&P 500 (meno 9%). Una debacle che lascia poche speranza per oggi.
Troppo sordi per reagire i segnali provenienti sul fronte dei consumi dagli Stati Uniti, dove l’indice delle vendite al dettaglio è caduto a settembre dell’1,2%, molto peggio delle attese degli analisti (meno 0,7%). Numeri così brutti non si vedevano dall’agosto 2005; con il risultato di rendere più concreto lo spettro agitato dalla responsabile della Fed di San Francisco, Janet Yellen, secondo cui la recessione è già in atto. In serata l’ulteriore fendente del Beige book, il rapporto periodico della Fed, che ha confermato il rallentamento dell’economia statunitense rafforzando l’idea di una crisi economica globale dopo che anche i sussidi di disoccupazione in Inghilterra erano saliti ai massimi degli ultimi due anni.
In quadro così complesso, poco o nulla ha potuto la decisione della Banca centrale europea di «pompare» nel sistema 170 miliardi di dollari e di ampliare la gamma dei titoli (in gergo «collaterali») accettati in garanzia. Tra i pochi segnali positivi le trimestrali migliori delle attese di alcune big americane e la flessione dell’Euribor a tre mesi: l’indice che misura il costo cui le banche sono disposte a prestarsi vicendevolmente denaro è sceso infatti ieri al 5,17 per cento. Per il resto si sono trasformati in altrettanti allarmi gli scricchiolii emersi sul fronte dei prezzi delle materie prime. A partire dal petrolio piombato a New York sotto i 75 dollari al barile, il livello più basso degli ultimi dodici mesi mentre l’Opec tagliava le stime di consumo per quest’anno e il prossimo: secondo il Cartello che riunisce i Signori del greggio la domanda dovrebbe crescere a dicembre solo dell’0,64% contro l’1,02% stimato.
L’esito in Europa è stato una ondata di vendite generalizzate: dalle banche (meno 6,3% lo stoxx del settore) all’energia (-7,9%), dalle costruzioni (meno 9,8%) agli industriali (-9%) e agli assicurativi (-8,5%).
La Caporetto di Piazza Affari si misura nel 4,95% lasciato sul terreno dal Mibtel (meno 5,3% l’S&P/Mib). Venti i miliardi di capitalizzzione andati in fumo sul listino milanese che ha assistito all’ennesimo tonfo di Unicredit: la banca ha ceduto l’8% malgrado Fabrizio Palenzona, che siede in consiglio in rappresentanza della Fondazione Crt, ha confermato il pieno sostegno all’ad Alessandro Profumo assicurando che il banchiere resterà al proprio posto.
Bersagliate dalle vendite anche il Banco Popolare (meno 7,8%) e Intesa Sanpaolo (meno 5,4%). La discesa del greggio ha abbattuto invece Tenaris (meno 11,3%) così gli energetici Enel (-8,9%) ed Eni (-5,8%). Ma la paura della recessione ha finito col penalizzare anche il settore del cemento (Buzzi Unicem ha ceduto 11,3%), quello dell’elettronica (meno 9,5% Stm), oltre a Telecom (meno 4,1%), Atlantia (meno 4,6%) e Fiat (-4,5%). Tra i pochi che si sono salvati figurano Mondadori (più 7%), Seat (più 5,2%), Mediolanum (più 0,7%) e Parmalat (più 1,3%).