Borse, venerdì nero dopo gli arresti Usa

L'Europa brucia 120 miliardi di euro, con Milano (-1,75%) tornata ai livelli del 2004. A Wall Street il Dow Jones scivola sotto i 12mila. La maxi retata dell'Fbi e le indiscrezioni di nuove svalutazioni fanno scattare le vendite

Milano - L’equazione è elementare: a una raffica di cattive notizie, corrisponde una raffica di ribassi sui mercati. È quanto hanno fatto ieri le Borse, nell’archiviare una settimana piena di inciampi, in cui le tante sottolineature negative hanno significato che la crisi non è ancora alle spalle.

Dopo la raffica di arresti per frode, giovedì scorso, da parte dell’Fbi in quella che è l’appendice inevitabile al disastro dei mutui subprime, i listini si sono incanalati nel vicolo cieco delle perdite non appena Moody’s ha deciso di rimuovere la tripla A dell’eccellenza a due colossi della riassicurazione dei bond come Ambac e Mbia. Subito, sono scattate le vendite, diventate più intense nel corso della seduta al punto da costare alle Borse europee altri 120 miliardi circa in termini di capitalizzazione, frutto di flessioni comprese tra l’1,5% di Londra e il 2,1% di Francoforte. A Milano, il Mibtel è arretrato dell’1,75% tornando ai livelli del dicembre 2004. Quanto a Wall Street, fin dai primi scambi il Dow Jones ha faticato a mantenere la linea di galleggiamento dei 12mila punti, persa infatti in chiusura (meno 1,81%, a quota 11.844,80; il Nasdaq è invece sceso del 2,27%).

Oltre al declassamento deciso da Moody’s, i mercati sono stati fortemente condizionati dalle voci poco rassicuranti sullo stato di salute di Merrill Lynch. Le indiscrezioni suggeriscono un doppio problema: ovvero, la possibilità di un profit warning (allarme utili) che andrebbe ad aggiungersi alla perdita di 2,8 miliardi di dollari patita nel primo trimestre; e il rischio di dover ricorrere a nuove svalutazioni, dopo quelle effettuate nei mesi scorsi per una cifra superiore ai 30 miliardi. L’impressione di un sistema del credito ancora lontano dall’effettivo risanamento è peraltro confermata proprio dalla stessa Merrill, che parla di «fase di capitolazione» riferendosi alle banche regionali statunitensi, e dalle stime di Ubs su Citigroup, che potrebbe finire in rosso nel secondo trimestre nonostante svalutazioni già effettuate per 8,7 miliardi.

Insomma, la luce in fondo al tunnel ancora non si vede. Ed è buia anche la strada davanti alla Ford, costretta dalla crisi del settore auto indotta dal caro petrolio a rivedere al ribasso le previsioni di crescita di quest’anno (giro d’affari tra 14,7 e 15,2 miliardi) e a sacrificare nel terzo trimestre il 25% della produzione.

Il Fondo monetario internazionale, che ha appena concluso la missione negli Usa, non è tuttavia pessimista: «Non prevediamo una recessione profonda e duratura» negli Usa, ha detto ieri il vicedirettore generale del Fmi, John Lipsky. Il Fondo ha infatti rivisto al rialzo le stime sul Pil 2008 (più 1%) e 2009 (più 0,8%). Le note dolenti vengono però dalle difficoltà di coordinamento mostrate dalla autorità di vigilanza nella gestione del virus subprime. L’Fmi si mostra infatti favorevole all’attribuzione di maggiori poteri alla Fed, così come peraltro previsto dalla riforma del Tesoro. Una misura ancor più necessaria dopo il vaso di Pandora scoperchiato dall’Fbi. Le prove raccolte dai federali a carico dei due ex manager di Bear Stearns finiti in manette, insieme ad altre decine di persone, sarebbero schiaccianti. A inchiodare Ralph Cioffi e Matthew Tannin sarebbe stato uno scambio di e-mail - già avviato dalla primavera del 2007 - che dimostra come i due manager fossero a conoscenza del cattivo stato di salute del mercato subprime pur affermando pubblicamente il contrario. Le indagini intanto proseguono e riguardano 1.400 casi, con 16 big di Wall Street sotto inchiesta e perdite per i cittadini americani stimate in 1,4 miliardi di dollari.