Boselli (Camera della moda): «Si tratta, ma senza sforamenti»

Gli imprenditori insistono per il «made in» obbligatorio. Barbera: «Il governo ci difenda»

da Milano

I produttori italiani concordano: l’accordo di Shanghai è l’ultimo baluardo contro un nemico che non è solo cinese. «Gli spazi di manovra si possono trovare, ma deve essere un do ut des - afferma Mario Boselli, presidente della Camera nazionale della moda - non siamo cioè contrari a priori all’utilizzo di una parte dei contingenti 2006 per risolvere l’emergenza del 2005, purché si resti entro le percentuali previste. In cambio chiediamo alla grande distribuzione di non insistere nelle pressioni sui governi europei per ostacolare l’etichetta «made in» obbligatoria, cioè l’indicazione del Paese dove è realmente avvenuta la fabbricazione del prodotto: in questo modo si combatte la concorrenza sleale, a vantaggio dei consumatori. È una proposta ispirata al buon senso e largamente condivisa». Tra i principali sostenitori c’è l’Unione industriali di Biella, uno dei più antichi distretti del tessile, che ha presentato nel luglio scorso il manifesto del “made in”, anche per evitare le triangolazioni commerciali che ingannano il consumatore sul vero Paese di produzione.
«Questa indicazione è obbligatoria negli Stati Uniti, in Giappone e persino in Cina - dice Luciano Barbera, amministratore delegato del gruppo Carlo Barbera - e solo l’Europa non si rende conto di quanto sia necessaria, anche perché subisce le pressioni della grande distribuzione, che è l’unica ad arricchirsi in questa situazione anomala. Basta un esempio: un paio di jeans, acquistato in Cina a 80 centesimi, viene rivenduto in Italia a venti o anche a 25 euro. Chi perde, invece, è il settore manifatturiero italiano: 8 milioni di posti di lavoro a rischio. E ci perde anche il consumatore, che acquista prodotti non solo di scarsa qualità, ma addirittura pericolosi per la salute, come i coloranti azoici, che in Italia non si usano più mentre in Cina si utilizzano ancora».
Boselli rincara la dose. «L’Italia è l’unico Paese dove non sono stati trasferiti al consumatore finale i vantaggi che la distribuzione ha ottenuto grazie agli approvvigionamenti a basso costo sul mercato cinese, oltretutto a prezzo di uno sfruttamento della mano d’opera di cui non si parla abbastanza. È una concorrenza sleale che magari non preoccupa le grandi firme, ma danneggia moltissimi produttori di buon livello nel nostro Paese».
«Il libero mercato deve avere delle regole - concorda Barbera - e il governo italiano finora ha fatto troppo poco nei confronti dell’Europa per tutelare il nostro settore. Giovedì incontreremo il ministro Maroni e speriamo in un impegno forte a difesa della produzione italiana».