Boselli, il socialista nato dalle rovine

Simile al pigro rosolaccio (papaver somniferum) che però fiorisce rigoglioso tra i ruderi di una casa diroccata, l’altrettanto soporifero Enrico Boselli ha acquistato smalto sulle rovine del Psi. L’uno e l’altro trovano nelle meste spoglie la linfa che gli mancava.
Da quando nel ’93 il Psi di Bettino Craxi è finito a carte quarantotto, Boselli è freneticamente attivo. Ha fondato due partiti che scimmiottano quello defunto anche nel nome - i Socialisti italiani nel ’94, i Socialisti democratici italiani nel ’98 - e da 13 anni ne è al timone. È il più longevo segretario politico della Seconda repubblica. Tuttavia, poiché lui e il suo gruppo contano quanto il due di briscola, non è detto che abbiate presente Boselli.

Nelle cronache televisive, appare nelle sequenze dedicate ai politici del centrosinistra. Dopo le dichiarazioni in diretta di Fassino, Rutelli, D’Alema, eccetera, giunge il turno di Boselli. È quello con il viso afflitto da ragioniere. Si vede che apre la bocca e dice probabilmente qualcosa, ma non si sente perché la sua opinione è riassunta da una voce fuori campo. Considerato come le varie ed eventuali delle sedute di condominio, non riesce mai a dire la sua dal vivo. Questo suo parlare nel vuoto dura una frazione di secondo. Poi la faccia è risucchiata dall’etere, lasciando l’impressione di un’apparizione subliminale.

La difficoltà di identificare Boselli è moltiplicata dal fatto che si presenta ogni volta con una veste nuova. Enrico è il Fregoli della politica. Appena si avvicina un’elezione, stringe rapporti con un alleato preso nel mucchio e affronta le urne con una sigla inedita. Da quando esiste, lo Sdi - temendo il tracollo - non si è mai presentato da solo di fronte agli elettori e si ignora la sua forza effettiva. Boselli ha sempre costruito un contenitore nel quale si è rannicchiato temporaneamente per poi disfarsene a ostacolo superato. Per questa ragione, è soprannominato il Paguro. Come il crostaceo, che gli ittiologi considerano un parassita, anche Enrico cerca una conchiglia vuota in cui infilare se stesso e i suoi amici per prosperare.
Prima di elencarvi i gusci in cui Boselli si è rifugiato, vorrei fare un cenno a Roberto Villetti il suo alter ego. Roberto è anche lui un ex socialista di rango. Giornalista di professione, ha diretto l’Avanti!, il quotidiano del Psi, all’epoca di Craxi. È sempre stato un uomo di terribile austerità, dal volto magro e macerato da grandiose tempeste dell’anima. È ormai parlamentare da diverse legislature e oggi è il capogruppo dei deputati della Rosa nel pugno, l’attuale guscio vuoto che unisce lo Sdi ai radicali di Marco Pannella. Villetti è il consigliere di Boselli e insieme governano il partito. Hanno entrambi personalità complesse. Roberto diffida di tutti e vede complotti ovunque. Enrico è uomo di maniacale precisione e calcolatore millimetrico dei pro e i contro. Quando sono insieme, cioè di continuo, le loro teste sprigionano fumi. Parlottano, arzigogolano, si infilano in inestricabili meandri mentali sempre con l’obiettivo di sopravvivere politicamente e di farsi rieleggere anche la prossima volta nonostante una crescente scarsità di voti. Trattandosi di un compito drammatico e sull’orlo dell’impossibile, i loro volti sono tesi e melanconici, a tratti funerei. In sostanza, se uno vuole tirarsi su e va a cena con loro, tornato a casa si spara.

Vediamo adesso le diverse metamorfosi elettorali del Paguro, fermo restando che si è costantemente schierato con la sinistra. Infatti, nonostante le angherie che il Psi e Craxi hanno dovuto subire dagli ex comunisti all’epoca di Tangentopoli, Boselli ha sempre respinto l’idea di allearsi col Polo. «Non esiste un partito socialista al mondo che stia con la destra», è la sua frase preferita. Neppure il fatto che l’80 per cento degli ex socialisti abbiano deciso il contrario e votino per il Cav, lo ha mai smosso dalla questa convinzione. La realtà è che preferisce avere un piccolo partito tutto suo, che uno più grande in balìa alle sirene berlusconiane. Quindi, sempre a suo giudizio, tra i socialisti che si sono messi agli ordini dei Ds, come Ruffolo e Spini, e quelli che si sono alleati con la Cdl, come Gianni De Michelis, «a sbagliare di più» sono questi ultimi.

Ecco, dunque, la lista delle pagurate boselliane. Nelle politiche del ’94, anno di fondazione dei Socialisti italiani, Enrico si è alleato con Fernando Adornato (allora con l’Ulivo, oggi con la Cdl), sotto una sigla di cui si è persa memoria. Nelle regionali del ’95, si è presentato con Mario Segni e il Patto dei democratici. Nelle politiche del ’96 si è messo con Lamberto Dini nel guscio di Rinnovamento italiano. Nel ’98, ha fondato lo Sdi. Nel ’99, per le elezioni europee, ha pagurato col Trifoglio di Cossiga. Nelle politiche del 2001, era coi verdi del Girasole. Nelle regionali del 2005 ha fatto capolino in nove Regioni con la Federazione dell’Ulivo e in altre cinque con Unità socialista. Nelle politiche 2006, come sappiamo, si è incistato nei radicali con la Rnp.

A rigore, il Paguro starebbe ancora lì. In realtà, l’alleanza con Pannella è alla catalessi. Già si profila per le europee del 2009, il nuovo guscio: la Costituente socialista. Sulla carta dovrebbe servire a riunire la diaspora ex craxiana ancora disponibile, da De Michelis a Bobo Craxi. Ma, intanto, si è perso per strada Ottaviano Del Turco, passato al futuribile Pd. E, in ogni modo, non se ne farà nulla perché - come detto - Enrico vuole tenersi stretto il suo partitino e la sua microsegreteria senza fare i conti con pesi massimi del calibro di De Michelis. Perciò è tutta fuffa e un’ennesima pagurata.

Da quando sta con Pannella, Boselli ha riscoperto la laicità. È per i Pacs, i Dico, i Gay pride. Ce l’ha col Papa, i preti, il concordato. Lui, che era così craxiano ai tempi di Craxi, è retrocesso al massimalismo laicista dei vecchi capi socialisti, da Turati a Lombardi. Il Paguro cioè ha fatto il gambero, tornando alla breccia di Porta Pia. In parte, però, ha riscoperto se stesso da giovane, quando era un acceso radicaleggiante di sinistra.

Enrico, che ha appena 50 anni, ha esordito in politica coi calzoni corti a Bologna, la sua città. Nella «Elisabetta Sirani» di via Cà selvatica, un scuola media di quasi sole donne, era il leaderino delle studentesse medie. Allora era anarchico. Aveva i capelli lunghi del fricchettone ribelle. Ma durò poco. A 16 anni era già iscritto al Psi e assunse quell’aria da giovane-vecchio che ha tuttora. Fu presto detto l’Abatino, per i modi curiali e controllati. Una volta che il vostro cronista andò da lui per un’intervista, fece in tutto due gesti. Prima allungò la mano per il saluto, poi la mise sulla fronte in posa meditativa. Restò così un’ora, sfuggendo con metodo a tutte le domande.

Enrico all’inizio fu seguace di Riccardo Lombardi, sinistra estrema del partito. Con la segreteria di De Martino, fu demartiniano. Con Craxi fu craxiano. Divenne capo dei giovani socialisti e Bettino lo prese a benvolere. Quando il giovanotto passava per Milano dormiva a casa del capo, dividendo la stanza coi figli, Stefania e Bobo. Giunto in età di moglie, Enrico impalmò Patrizia, sindacalista della Cgil, e ne ebbe due figli. Nei primi anni ’90, Craxi prese di peso il pupillo e lo fece presidente della Regione Emilia-Romagna. Fu il primo socialista a ricoprire la carica, fin lì riservata ai comunisti. Il suo vice era Pierluigi Bersani. Con Tangentopoli, Enrico dovette dimettersi e Bersani prese il suo posto.
Intanto, il Psi colava a picco. Craxi fu sostituito da Giorgio Benvenuto che però, come dicono i socialisti, tradì all’istante. Così, prese la segreteria Del Turco e Boselli divenne il suo vice. Entrambi però, di fronte alle difficoltà giudiziarie del partito, si liquefecero. Lasciarono Craxi al suo destino e affondarono il Psi. Da queste ceneri, come sappiamo, nacque il Paguro.

Boselli è andato una volta a Hammamet a trovare Craxi. Era il ’99 alla vigilia delle europee. Gli chiese se era d’accordo sulla riunificazione tra il suo partito, lo Sdi, e quello di De Michelis, il Nuovo Psi, con Bobo Craxi come garante della riconciliazione. Bettino gli disse di sì, contento che il suo rampollo andasse all’Europarlamento. Ma, fatte le elezioni, a Strasburgo andò invece Boselli, lasciando i Craxi, padre e figlio, con un palmo di naso. L’Abatino, infatti, quando ci sono in ballo le poltrone diventa un duro e non sente ragioni, promesse o affetti.
Poi, Bettino morì nel gennaio 2000. Una settimana dopo, Boselli gettò alle ortiche la riunificazione socialista di cui aveva parlato a Hammamet e si pagurò definitivamente a sinistra, tra Totò Di Pietro, che aveva sommerso il Psi di avvisi giudiziari, e Rutelli che aveva detto «voglio vedere Craxi mangiare il rancio in galera». E lì vive benissimo, confabulando con Villetti.