Il Boss inventa il rock alla Veltroni Canta gli Usa ("ma anche" noi)

La star entusiasma Madrid con la E Street Band. Tutto esaurito lo show di domani a Milano, ma tornerà a San Siro il 25 giugno

Madrid - Tanto si capisce subito che concerto sarà: qui al Palacio de Deportes le luci si spengono alla chetichella, senza squilli, senza enfasi, e loro, quelli della band, entrano piano piano al buio, uno dietro l’altro, eccoli. «C’è qualcuno vivo là fuori?» urla un vocione chissà da dove e certo che c’è, sono più di diecimila in sala per il debutto europeo di Bruce Springsteen che s’è di nuovo messo a tracolla la sua E Street Band e mostra in giro il suo rock da sfogliare come fosse un libro di storia americana. «Stavo cercando di trovare la via verso casa» canta subito lui iniziando Radio nowhere (primo singolo del suo nuovo Magic) e annusando l’aria del palazzetto, il profumo della gente e la puzza della fatica, dell’attesa, dei cori sciamannati che hanno ingannato l’ora abbondante di ritardo. Che volete, l’organizzazione doveva tradurgli in spagnolo le brevi catechesi politiche che lui ficca qui e là leggendole a caratteri cubitali su di un foglio appiccato con lo scotch sotto i suoi piedi.
Olà Madrid.

I riflettori illuminano il palco che è come deve essere, essenziale cioè, giusto lo spazio per gli strumenti (c’è anche un bianco pianoforte a coda) e i musicisti che sono vestiti come comanda lo stato d’animo del disco, di nero pece. Bruce Springsteen, Nils Lofgren, Charles Giordano (che sostituisce alle tastiere Danny Federici, gravemente malato), Roy Bittan, Clarence Clemons, insomma sul palco si vede un’ombra nera che suona il rock più vero che c’è e peccato che Little Steven zampetti, lui ormai imbolsito sotto la bandana, con un paio di stivalacci color ocra e la punta all’insù. E’ l’unica nota di colore in un mare di note che mamma mia quanto sono odorose di speranze, di rimpianti, di delusioni, di tutti quei brividi che accendono la vita di chi la vive per strada con le maniche rimboccate. No surrender, Lonesome day, Gyspsy biker una dietro l’altra comandate da un «one two three four» che è imperativo e pietoso perché gli imperativi e la pietas sono alla base della scrittura di Springsteen, uno che poeta lo è diventato con gli occhi spalancati sul mondo, aprendoli dolcissimi come quando qui guarda il suo pubblico nelle prime file.

Certo, c’è Magic, che è il brano decisivo del nuovo album, quello che apre la parte più bella prima della epica Last to die (stavolta un po’ deludente) e di Long walk home che a sentirla viene in mente, come al solito, Steinbeck ma persino Ferlinghetti che mezzo secolo fa confermava che «la poetica è la politica della poesia che incastra i piedi a un moschicida facendo attaccare tutto e tutti» (come ha notato il bravo Leonardo Colombati nel suo Come un killer sotto il sole edito da Sironi). Poi, ovvio, conta come la suoni, la tua poesia. E Springsteen si sa com’è: tutt’uno con la musica e gli spruzzi di saliva o il sudore che bagna la chitarra sono gli stessi da sempre. Gli altri di fianco a lui un po’ meno: Clarence Clemons è minato nella salute, suona il sax meno che può (e non sempre bene come in She’s the one) e poi si accomoda su di un seggiolone limitandosi a smorfie di circostanza o a suonare il tamburello. Little Stevens è didascalico alla chitarra e scoordinato nei cori, altro che il funambolico Nils Lofgren, strepitoso in Tunnel of love e nelle parti slide di The rising. E Soozie Tyrell è una figurante più ancora di quando è di fianco alla signora Springsteen (Patti Scialfa, assente per impegni famigliari). Insomma, è il trionfo del rock purchessia, vivo vitale e a immagine e somiglianza di noi, il pubblico, che siamo come Springsteen contro la guerra e le ingiustizie ma spesso non abbiamo la forza o la voglia di indagarle, prendiamo posizione ma poi ci contaminiamo con l’orgoglio di essere americani (o italiani) e ci accontentiamo di urlare nell’illusione che la voce guarisca la coscienza (in fondo tutto il mondo è paese e il «maanchismo» non guasta mai).