Boss uccisi a Quarto Oggiaro: l'ultimo saluto in gran segreto

A Quarto Oggiaro, nel bar di via Sabatino Lopez, «feudo» della famiglia Tatone, se lo chiedevano tutti da un pezzo: perché, a oltre due mesi dai tre omicidi, le salme dei fratelli Emanuele e Pasquale, insieme al cadavere del fido Paolo Simone, non erano ancora state riconsegnate alle famiglie per il funerale? Solo qualche giorno fa, infatti, l'autorità giudiziaria ha sciolto ogni riserva concedendo finalmente il permesso affinché le salme fossero regolarmente tumulate. I Tatone non se lo sono fatti dire due volte e hanno recuperato i cadaveri di Emanuele e Pasquale all'istituto di medicina legale di via Ponzio. Quindi, forse consigliati o semplicemente decisi a mettere la parola fine a questa brutta storia senza fare troppo clamore, hanno agito con la massima discrezione. E anziché organizzare le esequie a Quarto Oggiaro hanno celebrato una cerimonia funebre in forma strettamente privata a Cusano Milanino riservandosi poi di seppellire i loro cari nel modo che ritenevano più opportuno.
La ragione per cui i cadaveri dei fratelli Tatone e di Paolo Simone sono rimasti così a lungo a disposizione degli inquirenti (Emanuele è stato ucciso il 27 ottobre negli orti di via Lessona insieme a Paolo Simone; Pasquale 3 giorni dopo sempre a Quarto Oggiaro ma in strada, in via Pascarella) va cercata nella complessa personalità del loro assassino, il pregiudicato 50enne Antonino Benfante (detto Nino Palermo), arrestato il 5 dicembre dalla squadra mobile proprio nel suo appartamento di via Lessona. L'autore degli omicidi, durante l'interrogatorio di garanzia, si è avvalso infatti della facoltà di non rispondere. Un atteggiamento che certo non ha facilitato gli investigatori ai quali mancavano ancora molte tessere del puzzle del triplice omicidio. Sì, è vero: ci sono le prove fornite dalle celle del telefonino e dal traffico telefonico dell'assassino (nonché dai fotogrammi ricavati dalle telecamere della zona che «documentano» i suoi spostamenti). Ed è stato trovato un box in via Vallagarina (le chiavi erano in possesso di Benfante, ndr) dentro il quale c'erano parti di uno scooter compatibili con quello utilizzato il 30 ottobre durante l'omicidio di Pasquale Tatone. Manca però l'arma utilizzata per eliminare le tre vittime, l'ormai arcinota pistola a tamburo calibro 38 che la polizia non è ancora riuscita a ritrovare.
Per questa ragione le tre salme sono state a lungo analizzate dai genetisti forensi per la ricerca di quella prova scientifica che avrebbe inchiodato definitivamente l'assassino: il suo Dna. Se gli investigatori ne abbiano trovato traccia sui cadaveri dei due Tatone non è dato saperlo.
Così come resta per molti versi ancora oscuro il movente dell'omicidio dei due Tatone, visto che ormai sembra chiaro invece che Simone è stato eliminato semplicemente perché testimone oculare dell'assassinio di Emanuele. «Una piccola partita di droga affidata da Benfante a Emanuele Tatone durante la sua permanenza in carcere e della quale il pregiudicato, uomo con un proprio codice d'onore, una volta libero non ha più trovato traccia» spiega un investigatore. La vicenda, però, almeno nei particolari, potrebbe riservare altre sorprese.