Bossi agli alleati: «Il referendum a giugno»

Adalberto Signore

da Roma

La tensione accumulata in quelle due ore passate sul palco degli ospiti del Senato ad ascoltare le dichiarazioni di voto sulla devoluzione in attesa del tanto agognato via libera definitivo sono per Umberto Bossi il concentrato di diciotto anni di battaglie. Ieri per la secessione, oggi per il «federalismo che fa risparmiare». Così, nonostante la fatica e i festeggiamenti e i brindisi e i toscani «spipacchiati» di gran gusto fino a tarda sera il Senatùr non riesce quasi a chiudere occhio. La festa a Palazzo Madama termina poco dopo le dieci di sera e Bossi, famiglia al seguito, torna a casa del sottosegretario alle Riforme Aldo Brancher, di cui è ospite dal giorno del suo arrivo a Roma. L’eccitazione, però, è ancora tanta e il Senatùr parla del futuro, ricorda i tempi andati e telefona ai fedelissimi. «Non sono riuscito a chiudere occhio fin quasi alle quattro», raccontava ieri. Così, il giorno dopo inizia in tarda mattinata. Con un lungo giro turistico in macchina di tutta la famiglia Bossi. D’altra parte, per i due figli più piccoli, Sirio Eridano e Roberto Libertà, era la prima volta a Roma. L’euforia della notte, intanto, va pian piano scemando. C’è da concentrarsi sul referendum confermativo che - spiega ai suoi - «sarà il nostro cavallo di battaglia in campagna elettorale». Sulla questione, già martedì durante la cena con Giulio Tremonti, Francesco D’Onofrio, Brancher e lo stato maggiore leghista, il Senatùr era stato categorico: «Niente scherzi, il referendum si deve fare a giugno. Così, sarà materia di campagna elettorale». Insomma, un modo per impedire agli alleati di sfilarsi all’ultimo momento.
Sono le quattro e mezzo del pomeriggio quando, in compagnia del figlio diciasettenne Renzo, lascia per l’ultima volta casa Brancher, destinazione il ministero delle Riforme. È una visita, quella al suo vecchio staff, che Bossi - completo scuro con cravatta e fazzoletto verde - voleva fare già mercoledì mattina. Ad aspettarlo ci sono anche Brancher e D’Onofrio, capogruppo Udc al Senato. Ed è lui ad accoglierlo al suo arrivo perché Roberto Calderoli, impegnato alla Camera, ha qualche minuto di ritardo. D’Onofrio coglie l’occasione per un siparietto e si fa trovare seduto sulla poltrona di Calderoli. «Allora ti abbiamo fatto ministro», dice ridendo Bossi. «Eh, sì - sta al gioco l’esponente centrista - i saggi di Lorenzago fanno i ministri delle Riforme a turno». Giù risate. «Questo democristiano - chiosa il leader del Carroccio - è stato decisivo per la devoluzione». Battute affettuose tra due amici che si stimano a vicenda. «Tu sei bravo - gli aveva detto Bossi durante la cena di martedì - perché vivi ancora con tua madre e tieni davvero alla famiglia. Ricorda, è la famiglia il valore che davvero lega la nostra coalizione».
Al ministero il clima è disteso e il Senatùr - che nella sede di Largo Chigi non è mai stato perché quando ancora era ministro gli uffici erano di fronte alla Camera - gira per le stanze curiosando. E saluta, abbraccia, stringe mani. Si festeggia il voto del Senato, ma pure il suo ritorno. E Bossi ride e scherza con tutti. «Guarda che bisogna che gli dai giù con i figli», dice a un suo consigliere sposato da poco. Poi le tartine, i tramezzini e lo champagne. E pure Renzo, giacca e cravatta verde, brinda insieme a tutti gli altri. Si parla del referendum confermativo sulla devoluzione che, probabilmente, si terrà in una delle ultime due domeniche di giugno. E Bossi è cauto, perché è l’ultimo ostacolo prima di portare finalmente a casa il federalismo. «Dobbiamo essere democristiani, resistere ma in modo flessibile. Perché - dice - se ci mettiamo a fare il muro contro muro allora perdiamo». E, quindi, va detto che «la riforma è perfettibile» e «può essere migliorata». D’Onofrio e Calderoli, intanto, buttano quella che il senatore dell’Udc chiama «operazione verità»: un road show per il Sud a spiegare la riforma. «Inizieremo a dicembre - spiega D’Onofrio - da Caltagirone, città natale di Don Sturzo, padre del Partito popolare e dell’autonomismo siciliano».
Mancano pochi minuti alle sei di sera quando Bossi lascia il ministero delle Riforme. Con lui Calderoli, che lo accompagnerà sul volo diretto a Milano Malpensa. «Ma no! Il federalismo - risponde a chi gli obietta che la riforma potrebbe far lievitare i costi - fa risparmiare». Parla anche del referendum e dice che non sarà la Lega a proporlo «perché lo chiedono già gli altri».
Infine il giallo della telefonata con il capo dello Stato: Bossi la annuncia, il Quirinale smentisce. Poi, in serata, Bossi telefona davvero a Ciampi e il Colle conferma lo scambio di saluti.