Bossi allontana le elezioni: "Questo esecutivo è credibile"

Intanto il Senatùr rinnova il suo sostegno a Tremonti anche a dispetto
dei malumori nella Lega: "Senza di lui ci sarebbe la gente in strada"

Roma - A Pontida Umberto Bossi aveva fatto la voce grossa con Tremonti («Caro Giulio, se vuoi ancora i voti della Lega per i tuoi provvedimenti ricorda che non puoi toccare i Comuni, gli artigiani, le imprese...»), ma l’estate ha riportato il vecchio feeling tra i due, sempre che le nuvole non fossero di cartapesta. Se dovesse esserci una prova di forza sul ministro del Tesoro, la Lega (meglio, il capo della Lega) farebbe da bodyguard al «caro Giulio». Che è tornato a riunirsi in via Bellerio, come fosse un colonnello leghista più che un pidiellino.
Proprio lì, lunedì scorso, Tremonti ha confidato a Bossi quel che pensa: «Berlusconi ha dato troppo potere a Romani, io su questo decreto (sviluppo, ndr) non vado avanti così». Insieme hanno condiviso la linea del no al condono, e la strada di un pacchetto per il rilancio tutto «a costo zero». E da Castelli, viceministro alle Infrastrutture, il piano che riguarda quel settore è già stato recapitato a Tremonti: misure per attrarre capitali privati (defiscalizzazione delle infrastrutture in concessione, incentivi per partnership pubblico-privato), velocizzazione delle procedure nei lavori pubblici, cessione di partecipazioni Anas a titolo non gratuito, e altro.
L’incrocio è soprattutto il ministero di Calderoli, cioè la semplificazione di norme che sono un costo vivo per le imprese. Copertura per altre iniziative non c’è, il rigore impone sacrifici. Ma quel rigore Bossi continua a elogiarlo quando si tocca il tasto Tremonti, che malgrado l’asse col capo non è affatto amato nella Lega (a cominciare da molti big): «Giulio non si tocca, se non c’era lui avevamo la gente per le strade, ci ha salvato dalla speculazione» ripete il segretario federale. Che, come si è visto recentemente, può dettare al suo partito scelte anche non condivise. E una parte della Lega, quella legata ai sindaci, detesta il ministro che è stato miope (dice l’accusa) sul patto di stabilità che condanna i Comuni virtuosi della Padania. E il sostegno che Tremonti ha sempre dato, quasi co-intestandolo, al federalismo fiscale messo in piedi da Calderoli? Siamo punto e da capo, perché i sindaci leghisti ripetono, ma a bassa voce, sempre lo stesso refrain: «Il federalismo che i nostri hanno portato a casa? Ci costringerà a mettere solo nuove tasse»...
Ma il ministro del Tesoro, per Bossi, non si tocca (e lo si è già visto sul caso Milanese). Anche perché il suo possibile sostituto (Romani? Brunetta? Scajola? Su quest’ultimo registriamo le parole di Massimo Polledri, deputato leghista: «È tempo di scelte coraggiose, non è più tempo di ominicchi e quaquaraquà») sarebbe certamente meno «amico» dei padani. Tremonti è uno di loro, non per nulla a Monza, «sede» dei ministeri al Nord, Calderoli condivide uno stesso ufficio proprio con lui. Certo, qualche sbavatura gli va rimproverata. L’assenza al voto sul rendiconto dello Stato se la poteva risparmiare: «Fossi stato Tremonti sarei stato presente fin dall’inizio perché il provvedimento è suo» dice il capogruppo Reguzzoni ad Agorà. Comunque, «non c’è malevolenza nel suo ingresso rallentato in aula». Un Tremonti in bilico accelera il processo autodistruttivo della maggioranza, e la Lega (almeno, quella vicina a Bossi) non ha gran voglia di anticiparne la fine. «Sarebbe un suicidio» commenta un importante parlamentare leghista. «Napolitano chiede credibilità al governo...per adesso mi sembra credibile, le leggi passano» dice Bossi. Nel Carroccio girano sondaggi che non incoraggiano al voto, attorno all’8% (era il 10,2% due anni fa) ma in trend negativo.
E poi un voto, con le liste da fare, farebbe esplodere nuovamente i conflitti interni alla Lega. La base è ancora sotto shock per quanto successo a Varese. L’ex segretario provinciale Stefano Candiani si congeda amaramente con un «spero ci sia ancora libertà di dire e pensare» nella Lega. Ma la linea del quartier generale è quella di Reguzzoni e Rosy Mauro: negare, malgrado l’evidenza, che il Carroccio abbia delle correnti. Una cosa che la Padania, ormai ribattezzata dai leghisti Pravdania, riassume in un catenaccio bulgaro di prima pagina: «Per i giornali esiste solo lo squallido gossip».