Bossi annuncia la «guerra» per svelare le bugie di Prodi

Il richiamo infelice di Bossi alla «lotta di liberazione», come sbocco della rabbia di tanta parte dell’elettorato del nord per il modo in cui viene governato questo nostro Paese, ha purtroppo consentito ai soliti furbacchioni di distrarre l’attenzione dal reale significato della sortita del leader leghista, peraltro avvenuta alla presenza non casuale di un imbarazzato ma comprensivo Berlusconi.
La chiave di lettura del discorso di Bossi, al di là dello scandalo gridato dal presidente della Camera Bertinotti, prodigo di indulgenza invece per i «vuoti colmati» dal comico Grillo con i suoi «vaffa», sta nel sospetto maturato al vertice dalla Lega che «in Italia - come ha detto Bossi - non ci sia più una via sicura per cambiare la Costituzione». Anche se Prodi e i suoi fiancheggiatori hanno finto di non capire, evocando scenari di guerra in terra padana, il leader leghista ha voluto staccare la spina in qualche modo offerta al governo in materia di riforma costituzionale ed elettorale. Spintosi nei mesi scorsi a un ottimistico incontro con Prodi nella Prefettura di Milano, anche a costo di procurare a Berlusconi un mezzo cardiopalmo, Bossi ha capito che da questo governo in caduta libera di consenso e credibilità non può aspettarsi niente di buono. Ha avvertito il rischio di rimanere intrappolato nel gioco di un governo che promette riforme non per farle, ma solo per guadagnare tempo e prolungare la propria agonia. Particolarmente penoso è risultato nei giorni scorsi lo spettacolo di due ministri e del presidente della commissione Affari costituzionali della Camera che davano letteralmente i numeri su una futuribile riduzione dei parlamentari, pur essendosi i loro partiti tanto prodigati per bocciare con il referendum dell’anno scorso la riduzione effettiva, non immaginaria, contenuta nella riforma approvata dal centrodestra.
Pure Maroni, che è stato tra i leghisti il più tentato dall’idea di un accordo sulla strada delle riforme «anche con il diavolo», si è arreso commentando così con il nostro Antonio Signorini il presunto percorso riformatore di Prodi: «Se uno non sa giocare a rubamazzetto non può pensare di diventare campione di scopone scientifico». Il presidente del Consiglio in effetti è più indicato per il tavolo di qualche seduta spiritica, come quella lasciatagli raccontare impunemente durante il tragico sequestro di Moro da magistrati troppo indulgenti. A uno qualsiasi di noi, se avessimo fatto il nome poi rivelatosi quello della strada romana in cui si nascondevano gli autori del sequestro, avrebbero contestato reticenza, favoreggiamento e chissà quanti altri reati, sbattendoci anche in galera.