Bossi attacca Veltroni: ora ride ma piangerà dopo lo sciopero fiscale

Il leader del Carroccio risponde alle critiche del sindaco di Roma: «Il Nord è schiavo di tributi insopportabili, non ce la fa più»

da Roma

Mentre le diplomazie di Lega e Forza Italia sono al lavoro per trovare un punto di incontro su una modalità condivisa di protesta fiscale, tra i mugugni di An e Udc la rotta del Carroccio non cambia. La meta resta lo sciopero. E al duro attacco lanciato sabato da Walter Veltroni replica Umberto Bossi. Per il leader in pectore del Pd, la protesta contro le tasse non sarebbe solo «la fine del Paese», ma farebbe anche sommergere l’Italia da «una marea di risate in tutto il mondo». Ma il Senatùr, dagli schermi di Telepadania, non vacilla nelle sue convinzioni e non si scompone, rispolverando anzi i vecchi slogan sul Nord «gallina dalle uova d’oro».
«È lui che ha paura del resto del mondo», attacca Bossi rivolto a Veltroni. E all’«ilarità globale» paventata dal primo cittadino della capitale risponde augurando lacrime mirate: «L’importante - fa sapere a Walter - è che in caso di sciopero sia lui a piangere».
Sull’opportunità di andare avanti con la protesta fiscale, nonostante la prudenza degli alleati della Cdl, nessun dubbio: «Per i cittadini - sospira il fondatore del Carroccio - le tasse sono diventate davvero insopportabili». E lo sciopero, dunque è il segno, secondo Bossi, che «questo è uno Stato strano. La storia di Roma portò la schiavitù: oggi infatti Lombardia e Veneto sono schiavi che mantengono lo Stato».
Il primo encomio al contrattacco del leader padano arriva da Roberto Calderoli: «La nostra rivolta fiscale punta proprio a togliere la benzina a Prodi. Non è con il politically correct - plaude il vicepresidente di Palazzo Madama - che si fa cadere il premier. Bossi ha detto che ha le palle per andare avanti, vediamo se gli altri lo seguiranno». Ma Calderoli ne ha anche per Veltroni. «Tutto il resto del mondo - replica alle accuse del candidato alla leadership del Pd - ha continuato a ridere fino a poco tempo fa di questo Paese, del suo governo, della sua linea politica e delle dichiarazioni della sua maggioranza». E in caso di rivolta fiscale invece il mondo «non riderà, come immagina Veltroni, anzi dirà finalmente, per fortuna, si sono svegliati».
Intanto le strategie fiscali e i programmi elettorali dell’opposizione passano dalla baita di Lorenzago, che vorrebbe unire ma intanto divide. Insieme allo stesso Calderoli (già ospite in Cadore esattamente quattro anni fa, quando con gli altri tre «saggi» della Cdl elaborò qui il testo della riforma costituzionale) ci saranno Bossi, Roberto Maroni e Giulio Tremonti. Non ci saranno né An né Udc, che non nascondono un certo disappunto. Per Ignazio La Russa «a Lorenzago tutt’al più faranno il programma della Lega». «Ci vuole un tavolo di sintesi - chiosa l’esponente di An - facciamolo partire a settembre emettiamo insieme le proposte del centrodestra». Ancora più polemico con l’asse Fi-Lega il vicepresidente dei deputati dell’Udc, Maurizio Ronconi, che bolla come «idea balzana» lo sciopero fiscale e lo indica, insieme al vertice nella baita, tra gli elementi che «potrebbero far implodere definitivamente la coalizione di centrodestra».
Ma almeno tra azzurri e Carroccio le prove di dialogo vanno avanti. «Silvio Berlusconi è il primo a volere una seconda rivoluzione copernicana del nostro fisco, ancora troppo centralistico, che toglie denaro dalle tasche dei cittadini senza restituire nulla in termini di servizi per le persone», ricorda l’esponente azzurro Francesco Giro. Confermando alla Lega che «sul tema fiscale ha un alleato leale» e ribadendo, però, che «per noi il problema non è lo sciopero ma la rivoluzione fiscale, per cambiare da cima a fondo un sistema ingiusto e vessatorio». Un punto sul quale il parlamentare di Fi è convinto «che con Bossi ci siano convergenze concrete».