Bossi avverte Gianfranco: «Al primo no, si va al voto E non sarebbe un golpe»

RomaDopo le ultime letture storiche Umberto Bossi ha cambiato padre nobile per la rivoluzione leghista della vecchia Italia. Non più (soltanto) il federalista Carlo Cattaneo, ma (anche) l’unitarista Cavour. Unitarista sì, ma anche nordista, secondo la lettura di Petacco («Il regno del Nord»), sposata in pieno da Bossi. Nuovo «nemico», dunque, anche Casa Savoia, seppure nelle innocue vesti del ballerino Emanuele Filiberto: «Tra poco sarà il 150° anniversario della nascita dell’Italia unita, bisognerebbe fare una controstoria, una storia vera, oppure un film - ha tuonato Bossi ad Affaritaliani - Invece noi siamo qui ancora a far tornare qualche savoiardo a cantare a Sanremo: è una vergogna». Renzo Martinelli, regista ufficiale del Carroccio, è avvisato.
Ma Bossi non pensa solo al passato italiano, anche al travagliato presente della maggioranza, e all’incerto futuro. Su questo il segretario federale ha le idee molto chiare, anche se le parole d’ordine cambiano a seconda dei giorni e degli umori. Quella di adesso è questa: «Se c’è un voto contro il governo e questo cade si va alle elezioni anticipate. Non sarebbe un colpo di Stato, perché si è già fatto in passato». Ma se si va al voto, dice Bossi avvertendo il suo partner di governo e di coalizione elettorale, «è meglio che Berlusconi parli meno e scelga meglio i suoi alleati».
Il riferimento, ovviamente, è a Gianfranco Fini, detestato dai leghisti non meno (anzi, forse di più) di quanto non lo sia tra i berluscones. Il leader leghista però lascia aperta ancora la porta per il «traditore» Fini, come hanno fatto i suoi colonnelli nelle scorse settimane, tentando una mediazione in cui non è chiaro quanto credano veramente, al di là della tattica (la Lega non vuole andare a elezioni da responsabile della rottura, se si romperà la maggioranza sarà colpa di altri, ecco la tattica). «Fini è preda di un cortocircuito della provocazione», ma sia lui che Berlusconi «hanno entrambi interesse a non fare troppo casino e a trovare la quadra», spiega Bossi nel nuovo libro di Bruno Vespa («Il cuore e la spada - Storia politica e romantica dell’Italia unita 1861 - 2011»), in uscita il 5 novembre. «Io avrei cacciato Fini quando ha sfidato Berlusconi con la mano alzata durante la direzione del Pdl di aprile. Sarei andato subito alle elezioni», dice Bossi, che però riconosce che Berlusconi «è stato saggio perché poteva esserci il rischio che Napolitano non le concedesse». Quanto alla rottura tra i due cofondatori del Pdl, Bossi si promuove nelle inedite vesti di terapeuta familiare: «Silvio è abbattuto perché ha perso la famiglia, Gianfranco perché teme che la vicenda di Montecarlo possa compromettere la sua».
Per quanto è evidente che Bossi nutra poca fiducia in Fini, considera tuttavia più credibile una ricucitura con lui che una nuova alleanza con l’Udc di Casini. «Con Casini - dice il leader della Lega a Vespa - nel precedente governo abbiamo avuto un mucchio di problemi. Forse adesso però sta maturando». Meglio lui o Fini? «Conosciamo meglio Fini».
Anche se le prove di infedeltà di Fini sono tante e documentate. A partire da quelle sui temi caldi per la Lega. «Fini dice che deve iniziare una nuova fase federalista delle istituzioni. Io quando ho fatto la rivoluzione avevo previsto il Senato delle regioni e poi tutti l’hanno fatto saltare. Bisogna fare il federalismo delle istituzioni: è una mia idea, a partire dal Senato delle regioni. Ma perché non erano a favore quando abbiamo fatto la devoluzione?. Insieme alla sinistra, allora si scagliarono tutti contro e usarono la gente del Sud». Non è poi cancellando le Province che si riducono gli sprechi. «Non è mica lì che bisogna fare i risparmi, ma impedendo che in certe regioni si sprechino le risorse»
E il futuro della Lega? «Noi vogliamo lasciare una Padania libera ai nostri figli, e non più schiava di Roma. È garantito che noi non andremo in pensione fino a quando la libertà sarà laggiù. Quanto al dopo Bossi, il leader non si sbilancia: «Io sono immortale e comunque da noi i segretari li fa il congresso. Se per il bene della Lega dovrò dare un’indicazione, al momento giusto la darò».