Bossi: «La battaglia continua» Ma l’asse del Nord non si rompe

Il Senatùr trova l’intesa con il Cavaliere dopo una lunga giornata di telefonate. Però ai suoi dice: «Il premier parla troppo»

Adalberto Signore

da Roma

Tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi c’è voluta più d’una telefonata. E non solo perché all’inizio il Senatùr decide di non farsi trovare, ma pure perché mai come questa volta dal 2001 a oggi l’asse del Nord è stato vicino alla rottura. Alla fine, però, i due sono riusciti a rimettere insieme i «cocci» delle convulse ventiquattr’ore che hanno portato alle dimissioni di Roberto Calderoli. I colloqui, in verità, sono stati sempre sereni e pacati. Perché Berlusconi ha sì chiesto rassicurazioni dopo le dichiarazioni di guerra arrivate sabato, ma ha pure spiegato al Senatùr che ad accostare Calderoli ai fatti di Bengasi non è stato solo lui ma «tutte le nostre fonti diplomatiche». Insomma, «non potevo fare altro». Il premier, però, preoccupato dalle ripercussioni che la vicenda potrà avere sui futuri assetti della Cdl (soprattutto nel dopo elezioni) con Bossi usa toni ben più cauti di quelli dei giorni scorsi. E ammette che Calderoli - «che comunque ha sbagliato» - è stato solo «un pretesto» e non certo la causa degli scontri in Libia. Il leader della Lega, dal canto suo, ribadisce con forza che il Carroccio «non abbandonerà mai la battaglia identitaria». «Ieri era sul federalismo, oggi - dice - è sull’Islam. Il principio non cambia, difenderemo sempre le nostre radici». «E tu - si rivolge al premier con tono fermo - devi tenerne conto, devi avere i nervi saldi». Come a dire, insomma, che seppure Calderoli ha commesso una «leggerezza», Berlusconi ha comunque sbagliato a «scaricarlo» così. «Dire in giro che gli scontri di Bengasi sono colpa di Calderoli è una porcata - spiega ai suoi Bossi - perché lo sanno benissimo tutti che hanno radici ben più profonde». E poi, insiste il Senatùr con il premier, «con la sinistra che vuole la globalizzazione selvaggia degli uomini e delle merci la nostra posizione fa anche comodo al resto della Cdl». A tarda sera, insomma, sembra che i due abbiano ripreso il bandolo della matassa. Anche se - spiega ai suoi il leader del Carroccio, memore della dichiarazione del premier che sabato sera aveva scatenato le ire della Lega - «ora Berlusconi non deve fare altri pasticci, invece il premier sta parlando un po’ troppo». Ed è anche per questa ragione che poco prima di cena il premier si affretta a smentire le dichiarazioni di Roberto Maroni secondo il quale Berlusconi si sarebbe comportato come «il proprietario della Lega». «Non c’è decisione - replica - che io non abbia assunto in totale e continuativa sintonia con Bossi». Ma il ministro del Welfare, è chiaro, non parla a vanvera. E pure le sue parole non possono non essere concordate con il Senatùr. Così, è probabile che la strategia del Carroccio sia di capitalizzare al massimo la vicenda Calderoli, sotto due profili. Il primo è quello della campagna elettorale, perché da una parte la questione Islam sta portando voti alla Lega (a via Bellerio ne sono convinti) e dall’altra Maroni sta restituendo al premier le «scortesie» di cui è stato vittima Calderoli non facendo passare l’immagine di un Carroccio succube del premier. Il secondo, invece, è di lungo periodo e guarda al dopo elezioni. Quando, se lo stato delle cose lo richiederà, sarà più facile per la Lega lasciarsi alle spalle la Cdl. Improbabile, invece, che il Consiglio federale di oggi decida l’uscita del Carroccio dalla coalizione. Certo, Maroni e qualche altro dirigente potrebbero mettere sul tavolo l’ipotesi di correre da soli. Ipotesi che, però, dovrebbe restare tale.