Bossi: «Berlusconi ha mantenuto la parola»

«Ora prepariamo le elezioni politiche Dopo decideremo come migliorare la riforma»

Paola Setti

da Sestri Levante (Genova)

I Giovani padani sono una trentina distribuiti su tre tavoli. A intervalli regolari di sette minuti gridano «De-vo-lu-tion», «Li-ber-tà», «Bos-si». Lui, il festeggiato, con sorriso sornione alza la mano un paio di volte, poi dice a Bruno Ravera, che qui in Liguria la lega autonomista l’ha fondata prima ancora di conoscere il Senatùr, di «calmarli». Sembrano segni di insofferente stanchezza, sono invece il segnale che «l’Umberto è tornato quello di prima», poche smancerie che c’è da lavorare.
A Sestri Levante per la scuola politica federale il leader leghista arriva il sabato sera per la cena con i partecipanti. Loro sono arrivati qui in 400 a 4 giorni dall’approvazione della devoluzone. Vogliono capire qual è la linea, quale sarà il ruolo della Lega, adesso che la madre di tutte le battaglie è vinta. Presto detto. Bossi parlerà anche con voce fioca ma quel che dice pare urlato: «Non andate avanti di un anno con il pensiero, dobbiamo stare fermi qui, sull’approvazione del referendum e remare, remare, remare per quello». Non che ci siano così tanti dubbi, dice il Senatùr fra una pacca sulle spalle a un simpatizzante e una battuta ai giornalisti: «Mi aspetto la conferma, speriamo. D’altra parte il referendum si chiama confermativo, no?». Risate e applausi. Allora ecco l’obiettivo: «Cerchiamo di far approvare il referendum, poi c’è da preparare le elezioni politiche e lì si deciderà come migliorare il federalismo. Per sistemare la Costituzione occorrono anni di lavoro e bisogna limare e limare». I suoi ministri, Roberto Maroni e Roberto Calderoli, hanno appena finito di dire che il contratto con la Casa delle libertà è stato adempiuto e che adesso bisognerà rinnovarlo per la prossima legislatura, rinegoziandolo ex novo sulla base di determinate condizioni. Al primo punto della «piattaforma padana», annunciano, ci sarà il federalismo fiscale. Bossi dice che, sì, quella deve essere la prossima tappa, «perfino la sinistra ce lo vuole dare e trova negativo che ancora non ci sia». Ma frena sui toni da strappo: «Non sarà una condizione per l’accordo - ragiona -. Quando si deve scrivere un programma elettorale ognuno viene con le sue idee. Noi porteremo le nostre, poi bisogna trovare anche la sensibilità degli altri». In fondo è questa la strategia emersa dalla due giorni di conclave leghista, un albergo blindato, interventi a ritmi serrati e non un minuto di ritardo: il Carroccio, certo, rivendicherà la propria marcia in più, l’esser stato la forza politica che più di altre ha ispirato e condizionato la coalizione. Ma manterrà una linea di confronto più che di guanti di sfida, perché «poi bisogna farcela a fare le cose» avverte Bossi.
Tanto più che la Lega, scandisce, ha un punto di riferimento affidabile: a chi gli chiede se l’accordo con il Polo per una nuova Casa delle libertà di cui parlano Maroni e Calderoli sia vicino, lui risponde che «è probabile, perché Berlusconi è troppo simpatico e poi ha mantenuto la parola, e chi mantiene la parola va rispettato». Lo diceva anche Calderoli, poco prima: «Ha la capacità di coagulare, è stato il più disponibile a rinunciare a qualcosa pur di tenere insieme l’alleanza, su di lui abbiamo la prova provata».
Dentro alla sala della scuola federale, venti minuti di discorso, venti di autografi e abbracci, Bossi aveva riso con i suoi: «Mi son sempre chiesto perché la sinistra fosse così contraria al federalismo, adesso penso che il motivo fosse la scuola, perché la sinistra ha sempre fatto quel che ha voluto in quel settore». Adesso che l’Unione si dice certa che il referendum boccerà la devoluzione, lui se ne fa un baffo: «Beata lei che ha di queste sicurezze. Io non ho quelle sicurezze lì». Il resto è festa. Sestri Levante è tappezzata di striscioni «Grazie Bossi», Ravera gli regala l’antica moneta della Repubblica di Genova. Sopra c’è scritto «fratellanza e libertà».